Riconoscimento per i lavoratori della cultura: il mio intervento in commissione al Senato

Il 4 marzo sono stato convocato in Commissione Istruzione e Cultura del Senato, dove ho avuto l’opportunità di avanzare le proposte di Bologna per una riforma del lavoro del comparto culturale e un pieno riconoscimento delle professionalità del settore. In vista dell’audizione, ho voluto incontrate tutte le realtà culturali della città, i lavoratori e le lavoratrici e i sindacati confederali per raccogliere le loro istanze. Qui puoi trovare il mio intervento in Senato.

Bologna fa parte di una rete informale di città che si sono unite durante la pandemia a partire dal primo lockdown. Anche altri nostri colleghi hanno rappresentato le istanze che insieme stiamo portando avanti. Sono istanze relative alla gestione della crisi, alle possibilità di intervento legislativo che ha il parlamento così come alle iniziative che può prendere l’esecutivo. 

Siamo soddisfatti per la riapertura che è stata annunciata e codificata nel DPCM, sapendo che i luoghi della cultura e dello spettacolo, i musei, i teatri e i cinema faranno fatica con quei paletti ad avere una sostenibilità economica. Ci auguriamo che sia costituito un tavolo consultivo permanente con le città e che venga portata avanti una legge per i lavoratori della cultura e dello spettacolo. 

Questi sono i punti politici che riguardano tutte le città, sentiamo molto questa esigenza

Bologna, come le altre città, si è organizzata durante questa crisi. Vorrei oggi rappresentarvi alcuni dati. Bologna è una città che su 400 mila abitanti ha circa 26 mila persone che lavorano nel settore della cultura. Come è noto è una città universitaria, con quasi 100 mila studenti. Ha nel suo cuore il paradosso di essere una città molto giovane e allo stesso tempo molto anziana, fra residenti e non residenti. Il fermento culturale prima del COVID era molto importante, una città diventata negli ultimi anni anche meta turistica. Come assessore alla cultura e al turismo, negli ultimi anni ho avuto la possibilità di avere circa 11 milioni di tassa di soggiorno con 4 milioni di pernottamenti, e i due terzi di queste risorse sono state impegnate per la promozione della cultura.

Con il COVID si è fermato tutto perché ha significato, per un Comune come il nostro, azzerare la tassa di soggiorno. Il Comune di Bologna investe circa il 7% del proprio bilancio sulla cultura, compreso il personale siamo a circa 35 milioni di euro

La nostra scelta, grazie anche al governo che ha in parte ristornato l’imposta di soggiorno, è stata quella di confermare tutto il bilancio culturale, aumentandolo di un milione di euro. Questo per confermare le 52 convenzioni che abbiamo, per sostenere i teatri cittadini e portare avanti una serie di bandi, che abbiamo anche mutato dal loro spirito iniziale precovid. Ci siamo quindi dedicati principalmente al sostegno delle produzioni culturali, non potendo svolgere attività dal vivo. Le produzioni per noi hanno significato un bando da 200 mila euro nell’ambito delle produzioni musicali, ha significato un bando insieme alla Regione Emilia-Romagna sulle industrie culturali e creative per 500 mila euro, la rassegna estiva del 2020 sulla quale abbiamo investito 800 mila euro e svolto più di 3000 piccoli eventi, seguendo i protocolli di sicurezza, fra cui anche il Cinema in piazza, con un totale di pubblico di mezzo milione di persone, distribuito su tutta la città metropolitana e per tutta l’estate. 

Vi dico tutti questi dati non tanto per vantarci di quello che facciamo come Comune di Bologna, ma per dire che le nostre città  non sono solo il palcoscenico della cultura italiana, ma sono soprattutto il luogo in cui le produzioni, i lavoratori e le lavoratrici della cultura studiano, creano e propongono.

La maggior parte di queste figure professionali non viene ad oggi tutelate in maniera adeguata. Fra queste ci sono tanti lavoratori autonomi, tanti lavoratori precari, tanti invisibili, artisti e maestranze non riconosciuti e tutelati, che comunque versano i loro contributi nelle relative casse previdenziali, senza averne un ritorno adeguato. 

E c’è una gran parte delle realtà culturali che non riceve sostegno da parte del FUS. Ci sono tantissime associazioni e realtà del terzo settore, troppo piccole per essere viste, che in parte sono state anche penalizzate dalla riforma del terzo settore e ora anche per alcune indicazioni degli ultimi DPCM per cui si prevedono misure e condizioni per musei, teatri e altri luoghi della cultura ma ad esempio per i circoli culturali e ricreativi, non c’è nessuna misura in campo. Nelle nostre città significa migliaia di realtà e molti posti di lavoro, perché nel terzo settore si lavora, non c’è solo volontariato

Crediamo che le città debbano battersi per una proposta anche in campo legislativo. Per noi l’audizione in Senato e l’impegno dei parlamentari è molto importante. Perché con questa pandemia si è aperto un varco, anche politico: nel nostro paese siamo tornati a parlare di lavoro culturale e della cultura come lavoro. Questo per noi è molto importante. Non possiamo perdere questa occasione. Se noi uscissimo da questa crisi solo con gli ammortizzatori e i sussidi faremmo un torto a tanti lavoratori e lavoratrici, a imprenditori e imprenditrici del comparto culturale.
Vi chiediamo di riconoscere questo mondo, di riuscire con questa legislatura a mettere mano ad una vera riforma del settore, basata su una visione del mondo culturale adeguata a sostenere il mondo della cultura e tutte le persone che vi lavorano, le cui fragilità erano ben presenti anche prima del Covid che le ha solo aggravate, in alcuni casi portandole alle estreme conseguenze. 

Credo che in buona sostanza dobbiamo essere coerenti quando diciamo che la cultura è la speranza delle nostre città e del nostro Paese. Di conseguenza rendere possibili riaperture in maniera sostenibile e allo stesso tempo sostenere la vita di chi lavora nella cultura con contratti dignitosi.

Chiudo dicendo che nei prossimi giorni andremo a sottoscrivere un accordo con i sindacati del mondo culturale dedicato alla certificazione delle buone pratiche lavorative nell’ambito culturale. Bologna è stata la città che negli anni scorsi ha sottoscritto la carta dei diritti dei lavoratori digitali, a partire dall’impegno sul tema dei diritti dei ciclofattorini rispetto alle piattaforme digitali. Ora pensiamo sia doveroso partire dai lavoratori della cultura per poi estendere questo marchio, questa certificazione anche al resto dei settori. Quindi parliamo delle città come luoghi di garanzia della buona occupazione. Questo ha senso farlo solo per quella platea di lavoratori che hanno quel riconoscimento e quei contratti. Per questo chiediamo al parlamento di far sì che tutti i lavoratori della cultura e dello spettacolo possano avere un contratto dignitoso, certo e riconosciuto



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