Bologna sia tra le 100 città europee a impatto climatico zero al 2030

Nei giorni scorsi ho citato Greta Thunberg in un articolo e qualcuno si è sorpreso, ma a Greta va il merito di avere posto la questione climatica nel modo più determinato. Ha ragione nel sostenere che la variabile tempo non è più a nostra disposizione. Anche per questo ai documenti di piano, ai bilanci virtuali della C02, dobbiamo affiancare decisioni, progetti efficaci e la mobilitazione di persone, università e aziende.

La vera sfida per la prossima amministrazione comunale sarà portare Bologna ad essere una delle 100 città europee a impatto climatico zero entro il 2030. Come farlo è il punto discriminante. Oggi 9 gennaio, ne ho parlato su Cantiere Bologna. Ti invito a leggere il mio intervento.

Il mio intervento su Cantiere Bologna, pubblicato il 9 gennaio 2021.

“Bologna sia tra le 100 città Ue carbon neutral al 2030”

Questa è la sfida. Non basta, come ha sostenuto Ugo Mazza, che chi si candidi a sindaco debba indicare semplicemente di quanto si vogliano ridurre le emissioni. La prossima giunta deve impegnarsi a fare della nostra città un’avanguardia, aderendo alla futura missione Ue “100 città a impatto climatico zero entro il 2030”. Questione ambientale e questione sociale vanno affrontate insieme per evitare che l’accelerazione sulle misure di contrasto ai cambiamenti climatici possa generare o acuire ulteriormente le disuguaglianze

di Matteo Lepore, assessore del Comune di Bologna

Ridurre il tema della neutralità carbonica a una questione di contabilità della CO2 rischia di farci perdere di vista la portata della sfida e l’impegno necessario per affrontarla.

Non credo, come ha sostenuto Ugo Mazza da queste stesse pagine – “Matteo Lepore cita Greta, sorpresa. Solo per me? – che chi si candidi a governare la città debba indicare semplicemente di quanto si vogliano ridurre le emissioni climalteranti. Il come è il punto discriminante. È un obiettivo che ci impone di ripensare, in alcuni casi in modo radicale, modelli consolidati: il sistema di mobilità urbana, le scelte urbanistiche, la strategia per raggiungere l’efficienza energetica degli immobili, il sistema di welfare e la gestione dei rifiuti, solo per citarne alcuni.

È una sfida che ogni città deve fronteggiare, per la qualità della vita delle persone che la abitano e per senso di responsabilità verso gli altri territori. Le città infatti, pur ricoprendo appena il 3% della superficie globale, sono responsabili del 72% delle emissioni di gas serra. Si tratta di consolidare un lavoro che permetta a quante più risorse e persone di convergere su una sfida che richiede visione e competenze nuove, creando alleanze, proponendo incentivi. I cittadini sono e possono essere agenti del cambiamento, nei loro diversi ruoli ed è quindi importante co-costruire la risposta a una tale sfida. Anche per questo propongo una città della conoscenza in alternativa alla “smart city”.

Ebbene sì, nel mio articolo pubblicato da Il Corriere di Bologna parlo allo stesso tempo di Greta Thunberg e di “gemello digitale”. L’innovazione tecnologica e i dati scientifici sono fondamentali per incidere sui cambiamenti climatici, attraverso una maggiore comprensione dei problemi, una migliore gestione delle risorse, una diversa capacità di pianificazione e monitoraggio. Serve un diverso modo di affrontare la questione, facendo leva anche su soluzioni creative, senza le quali sarebbe difficile raggiungere in tempi così rapidi gli obiettivi che l’Unione Europea ci indica.

La gravità del problema è tangibile e a Greta va il merito di avere posto la questione nel modo più determinato. Intervenendo al Parlamento Europeo ha detto: «Le persone che subiranno le conseguenze più gravi di questa crisi, i giovani come me, non potranno votare. Per questo siamo scesi in piazza a scioperare: dovete ascoltarci». Ha ragione nel sostenere che la variabile tempo non è più a nostra disposizione, anche per questo ai documenti di piano, ai bilanci virtuali della C02, dobbiamo affiancare decisioni, progetti efficaci e la mobilitazione di persone, università e aziende.

Per la nostra città l’obiettivo è ambizioso. Dobbiamo attrarre le migliori energie, sentirci ingaggiati in un modo nuovo, costruendo soluzioni, sperimentando, studiando. Come sto ripetendo da tempo, Bologna può e deve avere questo ruolo per l’Italia e per l’Europa, alleandosi con altre città, grazie a tanti fattori tra i quali la comunità della ricerca presente, il Tecnopolo, la sanità pubblica la sua cultura democratica e progressista.

In quest’ottica propongo che uno dei primi impegni che la prossima amministrazione comunale dovrà assumere sia quello di candidare Bologna ad essere tra le cento città europee che ambiscono alla neutralità carbonica entro il 2030, aderendo alla futura missione dell’Unione Europea (“100 climate neutral cities by 2030 by and for the citizens”). Ci consentirà di accedere a risorse economiche e porterà Bologna a essere parte di un network di città all’avanguardia nella ricerca di soluzioni per contrastare i cambiamenti climatici. Competenze utili anche al modello sociale che sapremo costruire sul processo di transizione ecologica.

Se c’è una cosa, infatti, che la pandemia di questi mesi ci sta insegnando è quanto la dimensione del benessere delle persone dipenda da tanti elementi legati tra loro, dalla salute, alla sicurezza sociale, alla qualità delle relazioni e dell’ambiente che ci circonda. Questione ambientale e questione sociale vanno affrontate insieme per evitare che l’accelerazione sulle misure di contrasto ai cambiamenti climatici possa generare o acuire ulteriormente le disuguaglianze.



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