Durante un’emergenza come quella che stiamo vivendo tutto sembra difficile e irraggiungibile, ma dobbiamo rimanere fedeli al messaggio di Bologna. Il modello di accoglienza e di inclusione che la nostra città deve avere nei confronti dei migranti, dei senza dimora o di altre persone in difficoltà deve rispettare i nostri valori, cioè mantenere sempre l’ambizione di essere la città che in Italia costruisce le proposte strutturali nel sociale senza lasciare indietro nessuno. Da dove partire e in che direzione si muove Bologna secondo Matteo Lepore, Assessore alla cultura , Turismo e Promozione della città. Intervista a cura di Selene Brunetti e Andrea Giagnorio, per la redazione del giornale di strada Piazza Grande.

I quattro punti a suo parere necessari per ripensare il futuro di Bologna sono Ambiente, Economia, Urbanistica e Sociale. Iniziamo dal tema ambientale, come affronta una città di medie dimensioni come Bologna un argomento così globale?

Se vogliamo affrontare il cambiamento climatico dobbiamo innanzitutto anticipare gli obiettivi che sono stati fissati a livello globale. Dobbiamo impegnarci come città, dal momento che la dimensione urbana è quella che contribuisce maggiormente all’inquinamento atmosferico, la Pianura Padana in particolare è una delle aree più inquinate d’Europa e noi, insieme a Milano, ne siamo il capoluogo. È evidente che dobbiamo quindi mostrare la città sia come un organismo che come una piattaforma di progettazione. Se pensiamo in questo modo sono tante le azioni che possiamo mettere in campo, come ad esempio l’idea di una infrastruttura verde che attraversi la dimensione urbana anche in chiave metropolitana; ed è in questo contesto che vedo la migliore valorizzazione possibile del bosco dei Prati di Caprara, che potrebbe rappresentare anche simbolicamente il punto di partenza di questa azione di rigenerazione del nostro territorio. Dobbiamo partire da ciò che già esiste, dalla natura e biodiversità presente a Bologna, che è possibile curare ed allargare sfruttando progetti europei e nazionali dedicati alla riforestazione urbana, così da contribuire a mitigare il problema ambientale e a promuovere una diversa coesistenza della comunità nella città. L’altra grande sfida che abbiamo è quella della riqualificazione energetica degli edifici pubblici e dell’economia circolare delle imprese, che mira a creare valore dallo scarto e dai rifiuti.

Passando ad uno dei fattori contribuenti all’economia bolognese, parliamo del fatto che negli ultimi anni, Bologna ha visto un incremento del numero di turisti che visitano la città. L’approccio al turismo adottato è, a detta di molti, poco sostenibile. Pensa che sia necessario aggiustare le politiche proposte su questi temi?

È importante vedere tutta la dimensione storica del turismo in città, che risulta piuttosto recente. Nove anni fa è iniziata una vera politica pubblica sul turismo, ai tempi contavamo quasi due milioni di pernottamenti, prima del covid eravamo arrivati quasi a 4 milioni. Questo risultato è stato ottenuto grazie a nuovi flussi globali intercettati tramite l’aeroporto e l’alta velocità, grazie ai quali Bologna ha scoperto la dimensione internazionale. Naturalmente insieme ai turisti sono arrivate anche le piattaforme tecnologiche, che hanno cambiato il modo di vivere la città da parte dei visitatori e dei proprietari immobiliari. Insieme a Barcellona ed Amsterdam abbiamo chiesto una regolamentazione delle piattaforme. I sindaci hanno infatti bisogno di leve per intervenire e tutelare le fasce più deboli, come studenti e giovani coppie. Dobbiamo sfruttare la parentesi del covid per prendere contromisure come in parte abbiamo già fatto con la creazione di un fondo di un milione e mezzo per il sostegno all’affitto, dentro al quale ci sono incentivi per i proprietari che vogliono trasformare il loro appartamento in alloggi per studenti. Per agire più in profondità, sarebbe però importante ottenere una legge nazionale che regolamenti questo settore.

Anche dal problema “città vetrina per turisti” è partita l’istruttoria pubblica sul disagio abitativo. Per affrontare il tema casa mappare ed utilizzare gli edifici ad oggi dismessi rientra nel suo piano di azione per i prossimi anni?

Negli ultimi anni abbiamo fatto una mappatura degli edifici dismessi in città e ci siamo concentrati sull’utilizzo degli edifici pubblici affinché non rimanessero vuoti, promuovendo bandi anche rivolti ad associazioni. Dove possibile siamo ricorsi a finanziamenti europei e fondazioni per dedicarci al tema casa, come nel caso dell’edificio Beretta che stiamo ristrutturando per costruirci alloggi sociali. Ad oggi gli unici edifici comunali non utilizzati non sono destinabili ad alloggi o sono completamente da ristrutturare. Altro discorso è quello delle proprietà statali inutilizzate, che è sicuramente una delle vergogne italiane e per le quali abbiamo chiesto di mettere in campo piani credibili. Quando ho presentato il mio manifesto a settembre ho parlato del tema della rigenerazione urbana come un importate elemento di discontinuità rispetto al mandato attuale. Il recovery fund rappresenta lo strumento per investire sulle grandi aree ferroviarie e demaniali in modo da preservare il valore pubblico di queste aree ed evitare che finiscano nella speculazione privata. Solo gli alloggi non utilizzati, infatti, non basterebbero al fabbisogno eccedente attuale (pari a circa 10.000 unità nei prossimi anni). Nuove case vanno costruite, non consumando nuovo suolo vergine ma piuttosto costruendo in aree già cementificate. Credo che il tabù della costruzione di nuove case vada superato anche a sinistra, soprattutto prendendo atto del fatto che Bologna è una delle poche città italiane in crescita demografica.

Sul tema povertà ed emarginazione, la cultura può essere uno strumento per ridurle? E per il futuro, quali sono le proposte in campo per combattere la diseguaglianza crescente nella nostra società?

Prima della pandemia le disuguaglianze sono state combattute tramite l’accesso alle opportunità e quindi tramite strumenti di welfare per ridistribuire la ricchezza tra le persone. In questo senso la cultura a Bologna, intesa come educazione, formazione, cura delle relazioni, ha sempre giocato un ruolo di inclusione sociale per tutte le fasce della popolazione. Negli ultimi anni i luoghi della cultura a Bologna sono aumentati, aprendo a nuove possibilità. La situazione che stiamo vivendo oggi ci porta di fronte ad un nuovo tipo di disuguaglianza, legata all’accesso alla sanità. Elementi di grande preoccupazione che abbiamo sono da un lato l’aumento di malattie non covid perché parte della prevenzione e dei percorsi di cura sono stati trascurati e dall’altro anche l’aumento di problemi psicologici nella popolazione. Sanità e sociale sono le due priorità al momento e bisogna fare squadra per agire più in fretta e con più efficacia.

Come si immagina le politiche per le persone senza dimora nei prossimi cinque anni? Quali pensa che siano le direttrici su cui puntare? E cosa pensa dello strumento dei Daspo urbani?

Durante un’emergenza come quella che stiamo vivendo tutto sembra difficile e irraggiungibile, ma dobbiamo rimanere fedeli al messaggio che Bologna ha sempre comunicato. Questa è una città che crea cittadinanza e che comunica la sua posizione in modo molto chiaro: a Bologna si può essere cittadini, nei diritti e nei doveri. Il modello di accoglienza e di inclusione che Bologna deve avere nei confronti dei migranti, dei senza dimora o di altre persone in difficoltà deve rispettare questo valore storico e allo stesso tempo essere all’altezza della nuova sfida proponendo nuovi modelli e mantenendo sempre l’ambizione di essere la città che in Italia costruisce le sue proposte strutturali nel sociale. Sul tema dei senza dimora credo che l’idea delle grandi strutture di accoglienza debba essere superata se l’obiettivo è un’inclusione degna che costruisca percorsi di cittadinanza e di reinserimento nella comunità. I daspo sono strumenti che non fanno parte di questo modello di inclusione. Non dobbiamo però negare che problemi e contraddizioni esistono e che vanno in qualche modo gestiti e non abbandonati sotto un portico. Bisogna continuare a fare cultura di quello che significa città accogliente in grado di affrontare le diversità.

Piazza Grande è lo storico giornale di strada nato a Bologna nel 1993 per contrastare l’esclusione sociale e affermare i diritti dei senzatetto.