IL VALORE DEL TEMPO, LA FAMIGLIA, I CARICHI DI CURA: L’ESITO DEL QUESTIONARIO

In questi mesi ho ritrovato il valore del tempo, in particolare ho passato la quarantena in casa con mia figlia e la mia compagna. La cosa più importante per me è stata proprio questa, il confronto tra una donna e un uomo che si sono guardati negli occhi domandandosi con sincerità ogni giorno che cosa fossero l’equità e il rispetto nella pratica quotidiana della vita familiare e lavorativa, cosa possiamo fare insieme per offrire ai nostri figli una vita più felice.

A questo proposito ho letto un dato drammatico: già nel 2019 si sono dovute dimettere dal lavoro oltre 37.611 neo mamme. I papà che hanno lasciato il posto sono invece stati 13.947. Dati Istat.

Durante l’emergenza, un profondissimo silenzio su questioni come la gestione dei figli con le scuole chiuse o lo smart-working visto dalla prospettiva femminile hanno evidenziato la tendenza a dare per scontato che sarebbero state comunque le donne a caricarsi il peso del lockdown. Più “sacrificabile” economicamente il loro lavoro, più accettabile che sarebbero state loro a fermarsi per davvero?

Il Covid19 ha scavato ancora di più i divari esistenti e ne ha creati di nuovi, ma il dominio del maschile sul femminile in questo mondo è ancora una delle ingiustizie più gravi contro la quale battersi a partire dai propri comportamenti individuali. 

Per questo nei giorni scorsi ho voluto lanciare un questionario su questi temi, senza avere ovviamente la pretesa che ne uscisse un quadro con una valenza statistica, ma come momento di ascolto e di condivisione.

Hanno risposto 313 persone, tra le quali 270 donne. Molte hanno deciso anche di raccontare le loro storie nel campo lasciato appositamente libero. Ne sono emerse esperienza di sofferenza personale, punti di vista o la denuncia di fatti realmente accaduti. 

Una testimone ci racconta come la propria vita sia cambiata a causa del Covid. Si è dovuta adattare allo smart working, perdendo conseguentemente rilevanza in ambito lavorativo rispetto alle colleghe senza figli. Ha perso anche continuità nello svolgere i propri compiti, dovendo diminuire le ore lavorative con relativa confusione e sovraccarico fisico ed emotivo.

Un operatore sanitario, invece, ringrazia la madre di essersi presa cura dei figli durante i suoi turni interminabili a lavoro: senza di lei non avrebbe veramente saputo come fare. Una terza testimone racconta di essere stata costretta a chiedere un’aspettativa non retribuita durante il lockdown per prendersi cura dei due genitori anziani – dopo aver lasciato per diversi anni il lavoro per prendersi cura della figlia. A volte, fortunatamente, ci sono anche storie positive: uno scritto ci racconta di un datore di lavoro che ha capito esattamente le difficoltà per le famiglie con bambini piccoli durante il lockdown, rinforzando così il legame di fiducia e accordo tra le parti.

Un’ultima storia, la più toccante, ci racconta di una donna che è stata licenziata in tronco dalla multinazionale per la quale lavorava perché in cerca di una gravidanza. Ha fatto causa e ha vinto – adesso ha una bimba di 8 mesi, ma non ha più un lavoro.

Queste sono solo alcune delle 225 storie che mi sono arrivate (i nomi pubblicati qui sono di fantasia). Quasi tutte donne e anche qualche uomo. Persone che ringrazio infinitamente per essersi aperte e avere voluto raccontare a me il loro stato d’animo, le proprie difficoltà familiari e personali. Una raccolta preziosa, della quale farò tesoro nel mio percorso politico e amministrativo.

Alcuni numeri di sintesi riguardo alle risposte:

Delle 313 risposte, l’86% viene dalle donne. Statisticamente non significa nulla, ma non è questo che mi interessa. E’ importante invece chiedersi perché gli uomini non sentano allo stesso modo l’esigenza di confrontarsi su questi temi, di raccontare o farsi sentire. Non traggo conclusioni, ma credo che farsi le domande giuste sia sempre un buon modo per iniziare a ragionare.

A causa di questa emergenza sanitaria, il 45,8% delle persone dichiara di avere avuto in famiglia conseguenze importanti sul reddito famigliare o perso il lavoro. Si tratta di 144 famiglie, certo uno spaccato piccolo rispetto al numero di famiglie di Bologna, ma mi fa impressione vedere come in queste 144 famiglie, la perdita di lavoro o la riduzione di reddito abbia riguardato quasi esclusivamente le donne (122 su 144). 

Il terzo dato importante che emerge è la suddivisione dei carichi di cura all’interno della famiglia, prima e dopo il lockdown. In tre famiglie su quattro, i genitori, essendo chiusi i nidi e le scuole, si sono presi cura direttamente dei figli (nel 43% dei casi sono 2 o più) dovendo coniugare tutto questo con il lavoro (svolto per lo più da casa in smartworking, nel 64% dei casi) e a volte anche con la cura di anziani non autosufficienti o persone fragili (nel 28% dei casi). Nel 32% delle famiglie almeno uno dei genitori ha dovuto rinunciare al lavoro per riuscire a fare tutto, e di nuovo, per la quasi totalità si tratta di donne. 

Alla domanda se da quando è iniziata l’emergenza, il carico di cura sia equamente distribuito tra i genitori: la risposta è stata negativa nel 61% dei casi, e a dirlo sono soprattutto le donne. E prima del COVID? Le cose andavano un po’ meglio, ma non troppo, grazie a nidi e altri servizi aperti. Secondo gli uomini che hanno risposto, tra il prima e dopo COVID non c’è molta differenza, le donne invece dicono che non è così, che un impatto c’è stato. 

Questi dati, sono semplici se volete ma devono farci riflettere. L’ingiustizia di alcune storie, le fatiche quotidiane vissute da queste donne come da questi uomini, spesso sono la conseguenza di scelte altrui. Donne e uomini che hanno dovuto subire un comportamento considerato normale da parte di qualcun altro, a volte a persona cara che ti vive a fianco, a volte il tuo datore di lavoro.

Non si tratta solo di considerare ingiusto il fatto che il congedo di maternità o di paternità sia chiamato da qualche collega ‘una vacanza’. Oppure che la differenza salariale tra i sessi sia inaccettabile in un paese civile. Certo che lo sono, entrambe le cose. E’ arrivato il momento di porsi delle domande profonde sulla propria concezione della vita. Come ha scritto qualcuno, se gli uomini nella vita vengono sospinti verso un <<perchè>>, allora alle donne viene insegnato ancora ad agire motivate da un <<per chi>>, senza il quale a loro viene detto di essere incomplete. Attenzione a questo dato per me strabiliante: il valore monetario del lavoro di cura non retribuito svolto in tutto il mondo dalle donne dai 15 anni in su è di almeno 10.800 miliardi di dollari all’anno, pari al triplo di quello del mercato globale dei beni e servizi tecnologici (ultimo rapporto Oxfam).

La verità è che mai come oggi il mondo è spezzato in due, mentre ci sarebbe bisogno di rispetto e reciprocità.



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