“VOGLIO UNA BOLOGNA GRANDE”

Foto di Chiara Marchetti

Ho rilasciato un’intervista a Elisa Toma, Master in giornalismo dell’Università di Bologna. Abbiamo parlato di molti argomenti, dai progetti su cui sto lavorano al futuro della città. E’ stata pubblicata su “Quindici”, il quindicinale del Master in giornalismo. La condivido con voi.

“Non dichiara di candidarsi ma per molti osservatori è al primo posto tra chi potrebbe succedere a Virginio Merola. Da Palazzo d’Accursio, l’assessore Matteo Lepore parla della città che amministra e di quella che immagina. Una Bologna green che punti sulla cultura e sulla scienza. Per scegliere il candidato sindaco auspica le primarie di coalizione e al Pd consiglia di rimboccarsi le maniche per tornare a rappresentare una sinistra coraggiosa. Definisce la destra “smoderata” e non teme un nuovo assalto. Ma parla anche del nonno socialista e della musica che ascolta: dai Nirvana ai Radiohead fino a Liberato.

Assessore Lepore, come è cambiata la sua vita con la pandemia?
«Lavorando da casa vicino a mia figlia e alla mia compagna ho riscoperto il valore del tempo, della parità e del rispetto. La pandemia ha fatto riemergere le disparità di genere e l’esclusione di alcune generazioni dal dibattito pubblico e dalla gestione della crisi».

Come nasce il suo rapporto con la politica?
«In modo non tradizionale. La mia famiglia era fuori dalla politica. Mio nonno era socialista, l’ho capito quando con Tangentopoli ha disdetto l’abbonamento all’Unità, era arrabbiato col Pds. Ho iniziato a fare politica durate il liceo. Ho continuato gli studi e ho lavorato a Bruxelles. Sono tornato perché volevo costruire un impegno politico nella mia terra. Dopo undici anni, reputo il bilancio positivo».

Un ricordo legato alla Bologna dei suoi anni universitari?
«Vissi, seppur non direttamente, i movimenti di Seattle e di Genova. Allora i movimenti giovanili erano ignorati dalla politica istituzionale. Dopo vent’anni credo che il tempo abbia dato giustizia a quell’impegno dal basso manifestato nelle piazze. In quegli anni ascoltavo i Nirvana e i Radiohead, oggi, invece, ascolto Liberato».

Qual è, sotto il suo mandato, l’avvenimento dal punto di vista culturale di cui va più fiero?
«Questa città è tornata a vivere di cultura e a generare nuovo fermento e nuovi linguaggi. Bologna ha delle risorse uniche a livello nazionale ed europeo e io vorrei consegnare a chi verrà dopo di me un patrimonio di politiche culturali. Sono fiero di progetti come il “Nuovo forno del pane” del Mambo, l’hub culturale per i giovani artisti della città. Tra cinquant’anni capiremo la portata di questa pandemia e sarà l’arte a spiegarcela».

Ha previsto strategie per attirare più studenti universitari dall’estero o da altre zone d’Italia qualora l’emergenza sanitaria comportasse un forte calo degli iscritti?
«Abbiamo istituito un protocollo d’intesa con l’Alma Mater e le associazioni dei piccoli proprietari con un investimento da un milione di euro sui canoni calmierati. È importante che le matricole si iscrivano e che abbiano la garanzia di trovare alloggio. Nel piano urbanistico deve esserci l’idea di usare le aree dismesse da riqualificare per dare accoglienza agli studenti e i ricercatori dei progetti del Tecnopolo e della città della scienza che sarà Bologna».

Cosa pensa dei T-days? Come coniugare pedonalizzazione e normale funzionamento dei mezzi pubblici?
«I T-days sono stati una rivoluzione culturale, una scelta coraggiosa che col tempo ha convinto la città. Il futuro però sarà metropolitano, non dobbiamo commettere l’errore di considerare Bologna solo per il centro storico. Serve un piano di mobilità sostenibile per riuscire a realizzare la transizione ecologica e incidere sull’ambiente».

Il tram cambierà nuovamente le scelte sulla mobilità della città?
«Penso che il progetto del tram sia strategico. Quando verrà realizzato dovremo ridisegnare la mobilità insieme ai cittadini. Sarà necessario discutere sia della pedonalizzazione del centro storico che degli altri quartieri».

Si augura una Bologna sempre più verde.
«Punterei sull’incremento del greening urbano anche per il centro storico. Discutiamo se mettere l’erba in piazza Rossini, anche se nel Cinquecento era un giardino e il progetto ha coerenza storica. A Parigi, invece, vogliono coprire metà del centro storico con la natura per tornare a dare respiro alla comunità».

Restando in centro, quali ospiti vorrebbe invitare alla cena in piazza Maggiore?
«La cena si farà il 31 agosto come evento finale del Festival del cinema ritrovato. Mi piacerebbe invitare coloro che hanno lavorato instancabilmente durante la pandemia come i lavoratori della sanità, gli autisti Tper, le forze dell’ordine e i volontari».

Quest’anno è il quarantesimo delle stragi di Ustica e Bologna. Ritiene che la cultura possa essere un mezzo di riscatto?
«Sono episodi tragici per l’alto numero di vittime e per il silenzio complice dello Stato. La cultura è un veicolo molto importante per la memoria e credo che a Bologna si sia lavorato molto negli anni e posto le basi per un’identità specifica: siamo la culla della passione civile del Paese. Senza le battaglie dei familiari delle vittime e della città non ci sarebbero ottenuti processi e molte verità».

Il prossimo anno ci saranno le elezioni amministrative. Quali caratteristiche dovrebbe avere il nuovo sindaco nell’era digitale?
«Più che di era digitale parlerei di era per una nuova umanità. Dobbiamo mettere al centro le persone e le relazioni tra le persone e il sapere. Le tecnologie sono decisive per lo sviluppo umano ma non devono comportare il superamento dell’uomo».

In tanti la danno in corsa per la successione a Palazzo d’Accursio. Come vive tanta attenzione?
«Capisco che ci sia curiosità sui nomi ma credo che la discussione che dobbiamo fare sarà sul progetto politico e amministrativo per i prossimi anni. Le persone si aspettano ascolto e azioni concrete, dall’autunno, discuteremo sul profilo di chi sarà pronto a candidarsi».

Ma è meglio un “bastardino”, come ha scritto Merola su “Cantiere Bologna” o un superman che porti la città a ripensare in grande?
«Se posso dare un consiglio al prossimo sindaco o sindaca è che non bisogna limitarsi a interloquire con i salotti bene della città ma di ascoltare anche chi è ai margini, senza cadere nel paternalismo o peggio nell’abbandono. La lontananza di un sindaco dalla comunità è un peccato capitale. Per pensare alla città senza lasciare indietro nessuno bisognerà trovare più persone pronte e non un solo nome».

La gran parte del Pd bolognese invoca le primarie per la scelta del prossimo candidato sindaco del centrosinistra.
«Penso sia giusto impegnarsi in una logica di squadra in questa fase e le primarie possono essere molto utili per costruire una “coalizione larga”. È arrivato il momento di aprire un cantiere di confronto con la società e con le varie forze politiche, a sinistra e al centro. Se le primarie aiuteranno a raggiungere questo obiettivo ben vengano».

Anche con i 5 stelle?
«Nelle città non ci sono gli stessi schemi rigidi della politica nazionale. Non so con quali idee le forze di opposizione si vorranno presentare alle amministrative. Non ho preclusioni ma valuteremo nel merito».

Teme un nuovo assalto della Lega a Bologna?
«La destra di questi anni è tutto fuorché moderata. Anzi è smoderata. Eccede nei limiti della misura e del buonsenso. Dai politici che abbiamo visto in consolle all’uso strumentale dei simboli religiosi, dalle scene davanti ai citofoni fino alla totale assenza di pietà verso gli ultimi. E mi riferisco anche agli autoctoni come Galeazzo Bignami e altri. Le regionali hanno lasciato la destra in uno stato confusionale. Con le Sardine in piazza c’erano tutti coloro che si sono sentiti insultati da una politica di arroganza. Bologna ha valori che vanno oltre quelli di un partito specifico, è leale con chi la rispetta e spietata con chi la strumentalizza».

Per vincere conteranno di più i voti cattolici-moderati o quelli della sinistra radicale?
«Più che agli schemi politici o alle alchimie di partito, credo nell’organizzazione democratica delle persone dal basso. Sicuramente serve una sinistra coraggiosa e ci sono figure politiche con cui mi confronto spesso come la vicepresidente della Regione, Elly Schlein».

Il 25 giugno lei parteciperà alla cosiddetta “Bottega delle idee”. Ci saranno altre figure di punta come l’assessore Aitini e l’ex ministro Galletti. Preparativi di una lista civica per le comunali?
«Credo che ogni spazio di dialogo sia prezioso. Pluralismo e partecipazione sono anche tra gli obiettivi dell’associazione “Una città con te”. La sua presidente è Cristina Ceretti, figura importante della cultura cattolica e democratica della città. Insieme ci siamo confrontati con esponenti della “Bottega delle idee”. Stimo molto Galletti, l’ultima volta ci siamo ritrovati a condividere una riflessione sul capitalismo “predatorio”, sembrava fossimo due bolscevichi (ride). In fondo, se si riesce a uscire dai pregiudizi, alcune visioni si possono incontrare».

Che suggerimenti ha tratto dalla tre giorni organizzata da Romano Prodi per la “Bologna che guarda al futuro”?
«Che non dobbiamo essere soggetti passivi ma attivi nei processi globali. La sfida è rendere Bologna una città carbon free entro il 2040, farla diventare uno dei più centri di ricerca al mondo con la Data Valley e riorganizzare la sanità e le Rsa garantendo l’autonomia degli anziani nelle proprie case. Per farlo dobbiamo confermarci come capitale della ricerca sanitaria, dell’innovazione sociale e della conoscenza».

Perché il Pd ha perso la capacità di attrarre nuovo elettorato e soprattutto i giovani della sinistra? Quali sono i punti deboli politici e strutturali su cui lavorare?
«Il Pd deve rimboccarsi le maniche e tornare a organizzare la politica per il bene comune. La politica di sinistra o sarà militante o non avrà futuro. Dobbiamo rimuovere gli ostacoli che impediscono la partecipazione. Il Pd deve darsi degli obiettivi, pochi ma chiari: portare il Paese fuori dalla crisi, recuperare la presenza politica al sud e intraprendere una nuova alleanza con i ceti produttivi e le istituzioni al nord. Per parafrasare Pier Luigi Bersani, noi non siamo qui a pettinare le bambole ma nemmeno le élite. E poi tanti giovani votano, anche il Pd, e sono attenti alla politica, forse si sentono poco rappresentati nelle loro cause».

Ha alle sue spalle la copertina de L’Espresso con i due Mattei, perché conserva quella foto?
«Perché sono i due Mattei sbagliati della politica (ride)? Più seriamente dico: non mi permetto di dare lezioni a nessuno e critico il Matteo che c’è in me. Quando in città è arrivato Zuppi ho pensato che fosse un Matteo giusto. Poi ci sono Mattei che hanno bruciato le tappe pensando che l’io fosse più importante del noi. È chiaro che il Matteo sbagliato sia quello della Lega, mentre mi auguro che Renzi, nonostante gli errori, possa tornare».

Sport. Come ha vissuto lunedì Bologna-Juventus? Che effetto le ha fatto lo stadio vuoto?
«È stata sicuramente una partita molto difficile, vederla senza spettatori è stato estraniante ma sentire le urla di Mihajlovic emozionante. Sono contento di quello che sta facendo la società e degli obiettivi ambiziosi che si è posta».

Si parla da tempo del nuovo stadio. Come vede quest’opera per la città?
«Rappresenta sicuramente la riqualificazione di un patrimonio pubblico. Significherà anche affrontare questioni come l’accessibilità allo stadio e il trasporto pubblico. Avere un partner importante come Fincantieri dimostra che Bologna è una città strategica e credibile su cui investire».

Lo sport di vertice della città guarda in alto, ma forse a pagare il prezzo della crisi sarà lo sport di base. Il Comune darà importanza allo sport come elemento centrale?
«Il lavoro di queste settimane punta al salvataggio delle società sportive e alla gestione degli impianti. Vogliamo confermare il 100% dei contribuiti destinati allo sport e abbiamo ottenuto dalla Regione tre milioni affinché tutti abbiano accesso. Lo sport di base a Bologna rientra nella nostra idea di coesione sociale».

La Bologna che vorrebbe in una parola?
«Grande, che vuol dire più forte per aiutare i più deboli. Per uscire dai propri confini e assumere un ruolo a livello metropolitano, regionale e nazionale. “Grande” perché deve crescere, deve aprirsi alle altre realtà ed essere all’altezza delle sue sfide».

Qui il file con l’intervista:



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