Cultura, turismo e tanto altro

Intervista L'apri città 1Condivido l’intervista che Mauro Alberto Mori mi ha fatto per il numero di agosto de L’apricittà, la rivista delle Acli, dove parlo di cultura, turismo e molto altro.

E’ la prima estate di Matteo Lepore. La prima estate culturale firmata Lepore e siamo già ad un primo, parziale, ma lusinghiero, bilancio. Ma l’assessore non parla solo degli eventi che ci hanno accompagnato e ci accompagneranno fino all’autunno. Parla a 360 gradi, della sua idea di Bologna, della politica, della sua crescita, del turismo e dei suoi predecessori. Un Lepore convinto di aver imboccato la strada giusta nel suo nuovo ruolo di assessore alla cultura, al turismo, sport e promozione della città.

Verrebbe da dire finalmente un assessore alla cultura
“Io penso alla cultura all’interno di una visione di città e del programma di rilancio avviato da alcuni anni. La cultura è una speranza per la città”.
E’ anche una grande realtà
“Certo e non da oggi. E’ una realtà sociale perché si moltiplicano i luoghi della città che sono vissuti come punti caratteristici di Bologna. La vitalità di Bologna c’è ancora tutta, non è vero che i bolognesi tendono a rintanarsi in casa, che vogliono stare chiusi. Al contrario, vogliono stare insieme”.
L’avvio del programma estivo ne è una conferma?
“Assolutamente sì. Ci sono in calendario 2.300 appuntamenti per una comunità di un milione di abitanti della città e dell’appennino. Non è un programma solo effimero. Abbiamo incontri nelle piazze con centinaia di partecipanti sui temi del lavoro, dei rifugiati. Abbiamo eventi, itinerari, camminate. Dicevo che la cultura ha una dimensione sociale. C’è anche quella economica: 2.300 appuntamenti vuol dire operatori che lavorano, in media ce ne sono 4 o 5 per ogni appuntamento, poi c’è l’indotto. Questo solo per parlare dell’estate. La cultura a Bologna è un fenomeno importante dal punto di vista sociale ed economico”.
Presentando il programma estivo lei ha parlato di Nicola Sinisi, il suo predecessore che negli anni ottanta, sull’onda dell’estate romana, lanciò sotto le Due Torri “Bologna Sogna”
“E’ vero, ho un ricordo positivo. Ero piccolo (l’assessore Lepore è nato nel 1980, ndr), ricordo i miei genitori che ne parlavano, per me fu una illuminazione. Come dire: c’è vita su Marte”.
Dopo trent’anni cos’è rimasto?
“L’esigenza e la volontà di presidiare i luoghi della città. Il palco in piazza Verdi, il jazz dopo mezzanotte a Palazzo Re Enzo, le periferie, la provincia, solo per fare qualche esempio. Quest’anno per l’estate ho un bilancio di 600 mila euro di cui 200 da privati. La nostra volontà è stata quella di coinvolgere tutte le nostre istituzioni culturali: i musei in piazza, le biblioteche e poi le associazioni culturali”.
Il suo è un approccio molto pragmatico, in passato nel suo assessorato c’era una filosofia ben diversa.
“Alcuni assessori vivono come direttori artistici. Non ho queste ambizioni. I direttori artistici li paghiamo ed è giusto che lo facciano loro”.
C’è stata anche l’eterna diatriba sui grandi eventi sì, grandi eventi no
“Per fortuna non se ne parla più. Il turismo ha dimostrato che i cittadini vengono a Bologna a prescindere dai grandi eventi. Questi sono fatti per i bolognesi e, a certe condizioni, vanno bene. Ad esempio Lo Stato Sociale in piazza è stato giusto e bello farlo. Un omaggio a loro, un riconoscimento anche al messaggio che portano in giro e un regalo ai bolognesi”.
Lei sostiene che per i turisti l’attrattiva è Bologna?
“I turisti che vengono a Bologna sono per il 50 per cento stranieri, in Romagna sono il 20. Queste sono le proporzioni. Vengono per l’autenticità di Bologna. Meno la città è turistica e più sono interessati a venire: osterie, corsi di cucina, le strade, la gente. Bologna è sold out per questo”.
Turismo e cultura però devono camminare insieme
“Ogni euro speso in turismo è speso per la cultura, interessa tutta la città. Le faccio un altro esempio. La mostra de “La ragazza con l’orecchino di perla” è stata una bellissima iniziativa, ha avuto successo, ma non è che uno viene a Bologna per vedere quel capolavoro. E’ una buona iniziativa perché soddisfa una richiesta dei bolognesi, degli emiliani. E’ chiaro che se si fa Bruce Springsteen, lo si fa per i cittadini. Ripeto: l’attrattiva di Bologna non dipende dagli eventi”.
Bologna ha un valore in sé
“I T-days hanno cambiato l’idea di Bologna nei visitatori che vengono da fuori. Chi viene nei weekend, passeggia per il centro senza auto, trasmette con forza questa immagine piacevole della città ad amici e conoscenti. Per la comunicazione della città vale mille volte di più un selfie fatto sotto le Due Torri che tante belle immagini patinate. Racconto sempre la storia di Bologna città del gelato. Peraltro è vero che a Bologna abbiamo ottime gelaterie e una grande tradizione, ma siamo diventati la città del gelato perché i turisti venivano e vengono, mangiano un buon gelato e si fanno un selfie che mandano in giro. E’ un passa parola gigantesco, globale. E’ una pubblicità, gratuita, impagabile”.
C’è qualcuno, anche tra suoi ex colleghi, che parla invece, in tono non proprio lusinghiero, di “città dei taglieri”?
“La tradizione gastronomica della nostra città è un fatto ed è un bene prezioso. Se la gente viene, deve mangiare e non è vero che col turismo la gastronomia è peggiorata. Anzi, il contrario perché i visitatori sono molto più attenti a quello che mangiano e a quello che spendono di quando venivano qua per le fiere. Comunque stiamo parlando di 500 metri… E il turismo porta soldi per la cultura: noi mettiamo 25 milioni di euro sulla cultura. Siamo il Comune che investe di più e senza il turismo la cultura non si finanzia. E’ chiaro che è un fenomeno che va governato. Parlare di città dei taglieri però è davvero dire una banalità peraltro non vera”.
Un’altra polemica ricorrente è la divisione dei fondi. A pioggia o no?
“Noi non lo stiamo facendo. Credo che per la cultura occorrano politiche definite, obiettivi e indicatori per misurarne gli effetti. Noi abbiamo messo 4 milioni su teatri, musei e biblioteche. Il progetto per contrastare le povertà educative è diretto alla popolazione dai 6 ai 35 anni ed è una grande iniziativa culturale. Anche nell’estate abbiamo pensato all’obiettivo di creare una nuova domanda. L’esempio è piazza Verdi, ma anche il patto per la lettura. La nostra strategia sui luoghi e sugli immobili che mobilitano una comunità e creano posti di lavoro. L’esempio dell’orchestra che suona nel mercato di via San Donato, un posto che oramai dal punto di vista del commercio era morto, vale molto più di tante parole”.
Un’ultima domanda: lei più volte ha mostrato pubblicamente insofferenza sulle recenti vicende del Pd. Ma da dove viene questa crisi della sinistra?
“Al di là degli errori e dei personalismi, credo che la scelta del Pd sia stata quella di cambiare la base sociale del partito. Questo è innegabile e queste sono le conseguenze. Mentre il Pd di Veltroni puntava sulla vocazione maggioritaria, quindi a una vasta platea di potenziali consensi, quello di Renzi ha cercato di far breccia e consolidare il consenso nei ceti medio alti. Voglio essere ancora più chiaro: Renzi aveva scommesso di riuscire ad andare a prendere i nove milioni di voti di Berlusconi. C’è riuscito Salvini”.
Secondo lei qual è la strada?
“Quelle istanze come il lavoro, la scuola, un’idea di paese che tuteli le famiglie e guardi all’agenda reale dell’Italia devono essere le nostre. Salvini sta parlando di sicurezza e i cittadini pensano di essere protetti da Salvini. Noi dobbiamo dare un segnale, parlare con quelle famiglie che pensano di non essere tutelate. Le faccio un esempio: il presidente della Regione, Bonaccini, ha fatto un grande sforzo e un investimento importante per l’abolizione del “super-ticket”. Non se ne sta accorgendo nessuno. Perché? Non ho ricette. Penso però che se non fai le battaglie con i cittadini, sei sconfitto in partenza. Le riforme calate dall’alto non hanno presa e, di conseguenza, non portano consenso. Ma mi scusi come si può pensare di aver presa sulla stragrande maggioranza dei cittadini e, in particolare sui “nostri”, se per dieci anni fai battaglie per difendere l’articolo 18 e poi, di colpo, sei tu che lo abolisci”.



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