Appunti dopo il 4 marzo

camminare1In questi giorni ho messo nero su bianco alcuni pensieri. Il mio silenzio sulle elezioni nazionali era semplicemente motivato dal fatto che stavo scrivendo questo post per poi condividerlo. Un contributo alla discussione e riflessione collettiva della quale abbiamo molto bisogno. Per quanto mi riguarda, possiamo finalmente dichiarare esaurita l’epoca della politica e del pensiero corti come un tweet. Con questo primo post intendo stimolare un confronto aperto, a partire da quanti sentono come me l’urgenza di fare qualcosa, di dire la loro e partecipare. Inoltre, sono determinato a mettermi a lavoro, spero insieme a tanti altri e altre, allo scopo di fare incontrare più persone possibili, le più diverse tra loro. Dopo il 4 marzo, ci sono solo buoni motivi per farlo. In Italia, la sconfitta definitiva del Partito Democratico e della Sinistra ci impongono di ripartire, soprattutto qui a Bologna dove la terra è ancora buona nonostante l’inverno gelido. A sinistra dobbiamo avere l’ambizione di apprendere gli uni dagli altri, senza pregiudizi. Da qui non si parte per candidare qualcuno, ma per costruire una mobilitazione civile e valoriale, una nuova capacità di pensiero e di azione sulla città e il suo ruolo a livello nazionale. Prima che di un movimento o di un nuovo partito, serve che mondi e istanze diverse tra loro ricomincino o inizino a confrontarsi, con l’obiettivo di fondare una nuova pratica del concetto di ‘comune’, il prendersi cura. La più bella e sostenibile tra le forme dell’amore. Ora tutto è possibile nel nostro paese, prepariamoci.

Appunti di viaggio.

Il sud dell’Italia si è colorato di giallo, ma non si è ancora trasformato in una distesa di grano. Ho pensato a lungo a questa immagine nelle ultime quarantotto ore. Le elezioni politiche si sono svolte e la partecipazione degli italiani è stata notevole. Il Movimento 5 Stelle e il Centro destra sono i veri vincitori di questa tornata. Ho riletto le parole di Carlo Levi in ‘Cristo si è fermato ad Eboli’: <<già il treno ci riportava, oltre la capitale, verso il sud. Era notte, e non mi riusciva di dormire. Seduto sulla dura panca, andavo ripensando ai nostri giorni passati, a quel senso di estraneità, e alla totale incomprensione dei politici per la vita di quei paesi verso cui mi affrettavo […] come queste loro formule e schemi, e perfino il linguaggio e le parole usate per esprimerli sarebbero stati incomprensibili all’orecchio dei contadini, cosi la vita e i bisogni dei contadini erano per essi un mondo chiuso, che neppure si curavano di penetrare>>.

Il sud ha votato in massa per i 5 Stelle, così come tanti piccoli e medi comuni del centro e del nord. Quando la preferenza non è andata a loro è toccato invece alla Lega di Salvini o alla coalizione di Centro destra. Noi amministratori lo sappiamo, in Italia l’80% della popolazione vive al di fuori delle grandi città. Da qui dobbiamo partire, per capire. Su questo fronte, ormai da tempo, purtroppo la morte del Partito Democratico come partito nazionale era certificata. Altro che partito della nazione!

Facile parlare adesso ed è altrettanto leggittimo rinfacciarlo. Per chi di solito non mi segue, l’invito è a leggere qualche mio intervento precedente. Non sono stato tenero ultimamente con il mio Partito, non ho celato il mio disagio, ma ho comunque deciso di rimanere dentro e lavorare per una vittoria alle elezioni perchè pensavo fosse la cosa giusta da fare, convinto anche dall’impegno di tante e tanti amici e compagni del territorio. Ora mi auguro che si avvii una fase di ascolto e di confronto vero, non una conta congressuale o fratture insanabili. Questo tsunami non può che richiamarci all’unità da ricerca nuovamente dentro e ben oltre il perimetro del PD.

La franchezza però deve essere il primo passo.

Abbiamo fondato un partito e lo abbiamo chiamato Democratico per poi abdicare alla sua funzione storica: democratizzare il paese, renderlo meno diseguale, dando forza ai cittadini e alle comunità. Siamo partiti dalle verdi colline di Spello nella campagna elettorale del 2008, quando l’allora segretario Veltroni disse: <<Cominciare da qui, da questa piazza, da questo borgo, è un modo per dire a cosa pensiamo: non al destino di questo o quel leader, non a questo o quel partito, ma al destino dell’Italia, al nostro paese, alle gravi difficoltà del suo presente e alle straordinarie potenzialità del suo futuro>>. Di quella scenografia è rimasto solo un cartonato. Il tempo del cambiamento è andato ad altri. Abbiamo fallito. Questa cosa va riconosciuta e bisogna chiedere scusa al paese dopo il 4 marzo 2018. Ai nostri elettori, ai militanti, alle nuove generazioni. Solo così potremo ripartire, dopo avere perso 6 milioni di voti su 12 rispetto al 2008 (3 milioni rispetto alle politiche del 2013).

In Inghilterra, nelle giornate immediatamente successive alla vittoria schiacciante del voto pro Brexit, i te­legiornali di tutto il mondo riportavano interviste ai sostenitori. Una voce in particolare mi ha colpito. Una donna proveniente da un piccolo borgo del Nord dell’Inghilterra rispondeva alla BBC: «Non abbiamo soldi per comprare da mangiare, non farà differenza per noi se domani la sterlina varrà meno. Sarà un problema per i capi della finanza e per chi vive a Londra, per noi questo voto rappresenta un segnale chiaro: ci siamo stancati!». Non è più solamente questione di destra e di sinistra, non sono queste le parole distintive, ma alto e basso, dentro o fuori. Dal 2008 in avanti uno spettro si aggira per l’Europa e non è rappresentato dalla destra. La destra politica e il populismo hanno saputo interpretare la paura e la rabbia, cavalcando parole d’ordine che hanno colto il punto, anche se non ci piacciono.

Iniziamo a dircelo forte e chiaro: è ‘il potere’ a spaventare, ancora di più delle cause stesse del male. Tu sei una persona semplice e ‘il potere’ non lo conosci, ti respinge, ti lascia solo con i tuoi dolori familiari e nel momento del bisogno, nella tragedia del licenziamento senza prospettive, nella debolezza di un contratto che non puoi più nemmeno impugnare, di una tecnologia che ti rende superfluo o schiavo. ‘Il potere’ afferma di fare scelte lungimiranti, sagge, che si rivelano fredde, prive di senso apparente, non importa. ‘Il potere’ non lo puoi nemmeno toccare, figurarsi convincere a salvare una vita, a rendere felice una famiglia, a bloccare lo scempio di un paesaggio, a trovare una soluzione prima di uno sgombero. ‘Il potere’ non si ferma quando si scopre a cancellare una memoria, a svendere un patrimonio pubblico. Non ti spiega mai il perché delle cose, non ti offre mai un tavolo attorno al quale sedersi per parlare. Quel potere non apprende dagli errori, ma esegue.

Un passo indietro. Qual era la missione dei democratici e dei socialisti in Europa? Entrare nelle istituzioni per riportare il potere a livello del popolo? Aprire le istituzioni, dare forza ai più deboli e una strada ai meritevoli, rappresentare? Non dovevamo fare pagare le tasse alle multinazionali, assumere posizioni intransigenti in campo ambientale per combattere il cambiamento climatico? Usare il potere delle istituzioni per sostenere il reddito e la vivibilità delle generazioni, agendo sul welfare, la scuola, la cultura, la ricerca?

Il nostro Partito non è riuscito a trasmettere ai cittadini che la sicurezza sociale e la protezione della popolazione erano possibili con un Governo responsabile del paese. Lo dico con grande rispetto per i compagni e le compagne del PD che in Parlamento si sono battuti e hanno lavorato sodo nella scorsa legislatura. Abbiamo rimesso a posto i conti, approvato leggi importanti, svoltato sui diritti civili, ma ci siamo dimenticati una cosa: tutto questo, avrebbe dovuto essere accompagnato da una forte azione per la democrazia e l’inclusione, l’organizzazione delle persone per il bene comune. Una politica popolare. Non demagogica, non populista, ma popolare. Popolare nella sensibilità delle scelte, nell’ascolto delle fragilità, nella capacità di creare una speranza quotidiana e tangibile. Una politica in grado di fare la differenza tra il dentro e il fuori, tra l’alto e il basso; capace di fermarsi per includere chi rimane indietro nell’epoca della paura e della crisi; di ergersi a baluardo nell’epoca delle speculazioni finanziarie, delle piattaforme digitali, dell’automazione e degli algoritmi.

Non abbiamo perso solo tempo, abbiamo perso il tempo.

Da segretario e da Premier Matteo Renzi e il suo gruppo dirigente sono stati allo stesso tempo antidoto e veleno di questa malattia. Speranza e inganno. Con sincerità il baco genetico è precedente al renzismo, il renzismo l’ha esploso all’ennesimo potenza, facendo crollare ogni argine a sinistra. Si spiega anche perché le elezioni del 4 marzo abbiano rappresentato l’ennesimo fallimento di una classe dirigente di centro-sinistra che ha saputo riprodursi, bastino i nomi di molti degli eletti per l’ennesima volta in Parlamento, ma che non ha proprio capito il paese e il tempo nuovo della politica.

La Lega di Salvini e i 5 stelle hanno iniziato diversi anni fa a costruire le condizioni di questa vittoria. Un modello i cui pionieri sono stati indiscutibilmente Berlusconi e Publitalia, in termini finanziari, tecnologici e politici. Solo l’Ulivo di Prodi era riuscito faticosamente a contrastare l’espansione di un progetto di egemonia del populismo e della destra lungo tutta la penisola, probabilmente ancora forte del radicamento popolare dei partiti e dei corpi intermedi afferenti al centro-sinistra. Sulle macerie della Prima Repubblica, Berlusconi ha introdotto nei fatti una nuova forma organizzata della politica capace di produrre consenso in modo capillare per oltre venti anni.

Oggi, invece, i 5 Stelle e la Lega inaugurano quella che Di Maio ha definito la Terza Repubblica. Essa è basata su altri paradigmi, linguaggi e forme della politica, molto più simili a quanto è già successo nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Non c’è più destra né sinistra per loro, ma una forte capacità di penetrazione nell’Italia delle aree interne e nei luoghi della crisi sociale, attraverso la progressiva crescita di amministratori e gruppi territoriali diffusi, guidati da una leadership capace di investire notevoli risorse sullo sviluppo di tecnologie, piattaforme digitali e strategie di marketing (la cui natura è oscura e discutibile, per legami con aziende private come la Casaleggio Associati o regimi che governano paesi stranieri). I programmi e le proposte, così come i valori sono divenuti intercambiabili ed effimeri.

Loro hanno vinto le elezioni. L’astensionismo non è mai stato così basso in Italia, perciò hanno diritto di governare se capaci di formare una maggioranza in Parlamento. Al contrario noi, abbiamo la responsabilità di stare all’opposizione e ripartire. Non ho dubbi su questo. Attenzione mi raccomando ai numeri in Parlamento, populisti e destre possono insieme cambiare legge elettorale e Costituzione. Inoltre, l’establishment nazionale ha già iniziato a offrirsi per inglobare i 5 stelle. Marchionne: <<Paura del Movimento 5 Stelle? Ne abbiamo passate di peggiori… Quanto a Di Maio e Salvini non li conosco, ma non mi spaventano>>.

Il mio post volge al termine ormai.

L’Emilia-Romagna è diventata contendibile, ma non da oggi. La divaricazione centro periferia si è manifestata in modo netto, basti guardare la mappa del voto. Una questione che ritroviamo nella stessa area metropolitana bolognese, nella distinzione tra montagna e città, pianura e zone di crisi.

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Recupero qui quanto avevo già scritto in un precedente post alla vigilia del Congresso del PD locale. <<Dobbiamo riportare l’orologio alle elezioni Regionali del 2014, quando venne a votare solo il 37,8% degli emiliani, per comprendere dove si sia allargata in modo insanabile la crepa tra i democratici e il proprio popolo. Quando in Emilia-Romagna i tuoi elettori piuttosto che votare l’alternativa, non vengono a votare, ti stanno dicendo una cosa molto chiara: il problema sei tu e sei tu che devi cambiare, devi riportare la proposta e il profilo del Partito Democratico e del Centrosinistra sul cammino caratterizzato da valori di solidarietà, di giustizia sociale, di protezione dei più deboli che nel frattempo sono aumentati. Ecco perché serve un cambiamento, ecco perché l’impegno nella politica di tante e tanti è più che mai necessario>>.

A Bologna capoluogo invece il perimetro del centro-sinistra ha tenuto.

Ci sono motivi politici e amministrativi. In Parlamento avremo candidati eletti provenienti dal territorio e competenti. Il Partito Democratico ha avuto in termini assoluti gli stessi voti delle ultime amministrative. La lista Bonino-radicali ha ricevuto un inedito riconoscimento in termini di consenso, molto superiore alla media regionale e nazionale. LEU ha ben figurato e il suo candidato Vasco Errani ha svolto una campagna elettorale del tutto dialogante. Quello che è successo è che tante e tanti elettori hanno compreso il momento e si sono posti ad argine di una frana.

Teniamo perché permane un patrimonio di donne e di uomini, una cultura comunitaria che si è tramandata nelle generazioni, un’economia forte e un capitale sociale vivo. Ma guardando il Paese se prima eravamo una montagna, come dopo lo scioglimento dei ghiacci ora siamo un’isola. Nulla può essere sottovalutato e occorre consapevolezza, anche del ruolo che ora siamo chiamati a svolgere.

Abbiamo un’occasione e una responsabilità: uscire dalla fissa del modello ed entrare nella sfida del ruolo sociale e politico.

Le città rappresentano il terreno sul quale riproporre la sfida democratica, ancorché all’opposizione di un Governo nazionale con il quale instaurare un confronto dialettico.

Le aree urbane intese come insieme di comuni e paesaggio, sono la frontiera lungo la quale si ammassano povertà, diseguaglianze, consumi energetici e inquinamento, ma anche un patrimonio immenso di competenze, risorse e potenzialità.

Amare la città, prendersene cura oggi è la più alta forma di militanza politica che possiamo intraprendere. Alla ricerca di un germoglio, di un risorgimento.

Ritroviamoci per ripartire. Convochiamoci.

Matteo

____

Ps
<<Cosi avevo detto ai miei amici, e andavo ora rimeditando mentre il treno, nella notte, entrava nelle terre di Lucania. Erano i primi accenni di quelle idee che dovevo poi sviluppare negli anni seguenti, attraverso le esperienze dell’esilio e della guerra. E in questi pensieri mi addormentai>> (Carlo Levi – Cristo si è fermato a Eboli).


One Comment on “Appunti dopo il 4 marzo”

  1. Giancarlo Malagoli ha detto:

    Ben prima di queste considerazioni c’è un cambiamento culturale da fare. Basta memoria, basta storia, che non è maestra di vita e lo sguardo rivolto al presente e al futuro. Massimo 2 giornate della memoria.Basta parlare di fascismo e di democrazia(parola vuota x i riceventi).. Non funziona.Se si è capaci di fare questo cambio di paradigma culturale si puo sperare in un futuro.Altrimenti il Pd resisterà solo tra Bologna e Reggio. Dove ci sono i “migliori”.


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