La città dei taglieri, anche no

Mercato-delle-Erbe-Bologna-Italy-meat-and-cheese-620x413Bologna città del cibo o città di cultura? Il Corriere ha recentemente rilanciato questo ‘appassionante’ dibattito. Sono intervenuto e riporto sul blog l’intervista pubblica il 29 agosto. Un pungo fondamentale aggiungerei a quanto riportato: l’arrivo dei turisti è un fatto positivo e spesso sul blog ho illustrato la mia visione in merito; le persone mangiano per sopravviere, quindi si crea un mercato più aperto alla ristorazione, ma più persone in città significa anche più persone per la cultura, sia essa composta dall’offerta museale o dalla produzione. Non dimentichiamocelo, soprattutto a Bologna. Di seguito la mia intervista.

«Vogliamo fermare la speculazione ed evitare la gentrificazione del centro che si verifica quando per il boom del turismo gli affitti vanno alle stelle e i residenti se ne vanno. Interverremo con fondi per difendere artigianato e botteghe storiche con limiti all’apertura di fast food e offerta di basso livello». Così l’assessore comunale al Marketing, Matteo Lepore, interviene nel dibattito che si è aperto sulla città che scoppia di cibo e risponde all’invito del soprintendente Luigi Malnati che chiede di puntare di più sull’offerta culturale e artistica.

Lo sviluppo del turismo è molto positivo ma i dati sull’aumento dell’offerta commerciale sono impressionanti: la situazione sta sfuggendo di mano?
«Questo — premette Lepore — è un dibattito molto importante da fare adesso perché siamo in un momento di svolta. Negli ultimi cinque anni ho lavorato molto perché Bologna diventasse una destinazione, adesso bisogna lavorare perché Bologna diventi un destino».

E che vuole dire?
«Dobbiamo pensare a quale modello di città vogliamo e dobbiamo ricordarci che la città non è solo il centro storico ma la Bologna metropolitana da un milione di persone. Siamo una città con uno sviluppo turistico di terzo modello. Non facciamo parte delle città al centro dei grandi flussi turistici (come Venezia, Firenze, Roma e Milano) e non facciamo parte di quelle che entrano nelle mappe turistiche del mondo grazie a singoli eventi, iniziative o monumenti come Treviso, Pisa, Brescia, Ferrara. Bologna ha 2,5 milioni di turisti ma è anche un destino delle persone che vengono qui a studiare e vivere. E siamo questo grazie a una combinazione di patrimonio culturale, artistico ed enogastronomico».

Essere una città turistica senza perdere l’anima, fosse facile.
«A Bologna ci sono 50.000 persone che vivono nel centro e ce li teniamo stretti, vogliamo evitare il rischio che gli affitti crescano che il centro diventi abitato solo saltuariamente da chi può permetterselo. Vogliamo continuare a essere una città turistica senza svendere la qualità del nostro sviluppo. Non abbiamo i numeri di Venezia che ha 20 milioni di turisti ma è naturale che quando ti apri al mondo finisci al centro degli interessi della speculazione, dei grandi marchi».

E che volete fare?
«A settembre in consiglio comunale comincia la discussione sul nuovo regolamento del centro che vorrei approvare entro l’anno e che prevederà limiti agli investimenti commerciali di bassa qualità».

Lo potete fare dal punto di vista giuridico?
«Il nuovo decreto Unesco ci dà questa possibilità, finora nessuno ha mai vinto un ricorso contro queste nuove disposizioni».

E che altro avete in mente?
«Vogliamo mettere risorse in progetti innovativi per nuove iniziative in campo artigianale e sostenere le botteghe storiche. Non solo in centro ma anche nei quartieri».

Il Soprintendente invita a puntare di più sull’offerta culturale.
«Questo lo stiamo facendo e lo stiamo facendo in collaborazione con la Soprintendenza. Faccio due esempi: ci sarà in concorso internazionale sull’area della Montagnola per ridisegnare la porta d’ingresso per la città e l’esperienza del Guasto Village in zona universitaria sarà prorogata e poi riprenderà in primavera dopo una breve pausa. Infine nel patto con il governo che abbiamo firmato abbiamo inserito anche la rigenerazione della zona attorno al Teatro Comunale».

Che cosa pensa delle critiche dell’ex dirigente Mauro Felicori che oggi guida la Reggia di Caserta?
«Sono d’accordo con lui quando dice che la città deve puntare più sulla produzione di cultura che sul suo consumo».

E i musei?
«Sono un pilastro fondamentale di una città creativa. All’interno degli spazi museali bolognesi devono accadere le cose più importanti dei prossimi anni, a livello di attività espositiva ma soprattutto di progettualità artistica e culturale. Soltanto un ambito ha fino ad ora espresso un proprio valore di rilievo nazionale e internazionale: la Collezione Morandi».

Vuole sempre mettere Làbas alla Staveco?
«Non si tratta di trovare un posto a Làbas, c’è un tema più ampio. I giovani se non hanno più centri sociali da frequentare riempiono le piazze, la loro esperienza è stata importante e secondo me una rigenerazione temporanea in un ex area militare come hanno fatto tante altre città nel mondo sarebbe utile».

PS

Una precisazione per una lettrice

Cara Federica Guidi ti ringrazio per avermi taggato in questo post, dandomi la possibilità di replicare e di chiarire il mio pensiero. L’intervista al Corriere è stata frutto di una conversazione e di alcuni appunti scritti poi condivisi con il giornalista. Purtroppo per motivi di spazio e di scelta editoriale non mia ovviamente, ha prevalso il contenuto dedicato agli aspetti gastronomici e alla regolamentazione relativa, limitandosi invece a poche righe per il resto, in particolare in riferimento ai musei. Non era mia intenzione mancare di rispetto alla professionalità di chi opera nel settore nè tanto meno nell’Istituzione musei, cosa che per altro non mi pare emerga dalle mie parole. Ci tengo, però a riportare in questa sede la versione integrale di quanto ho riferito al giornalista (ingenuamente lungo evidentemente perchè ho lasciato a lui la facoltà di sintesi, me ne rammarico): ‘A Bologna si deve entrare in un museo prima di tutto per apprendere, poi per creare e solo dopo per consumare. All’interno degli spazi museali bolognesi devono accadere le cose più importanti dei prossimi anni, a livello di attività espositiva ma soprattutto di progettualità artistica e culturale. In questo senso il contenitore museale deve rappresentare il nodo di una rete di spazi per l’ibridazione, la contaminazione, il conflitto, la sperimentazione di linguaggi e forme nuove in grado di coinvolgere tutte le età e le fasce delle popolazione. Luoghi che abilitano e includono, che abbassano le barriere all’accesso e si promuovono sul territorio. Se parliamo del patrimonio museale permanente, in generale possiamo affermare che esso possiede un alto valore dal punto di vista della ricerca scientifica e anche un alto valore artistico nel complesso. Di minore entità il valore attrattivo (mercato turistico e commerciale). Soltanto un ambito ha fino ad ora espresso un proprio valore di rilievo nazionale e internazionale: la Collezione Morandi. Questo valore si è accresciuto nel tempo, anche attraverso una programmazione di esposizioni all’estero all’interno di una strategia di valorizzazione (New York, Metropolitan Museum e seguenti). Dunque, a mio parere, la strada per Bologna in questo ambito è investire sul patrimonio e il suo valore scientifico/artisitico da un lato, dall’altro rilanciare i contenitori museali come luoghi aperti alla città, luoghi di ricerca, avvenimenti, formazione, dialogo’. Questo è quanto ho scritto al giornalista, all’interno di un’intervista che ho svolto da Assessore alla promozione della città e turismo. Un intervento, il mio, nel quale ho cercato di raccontare come intendiamo lavorare nei prossimi anni a questo proposito. Infine, a proposito di snaturamento e consumo della città avevo scritto anche questo, da cui alcuni stralci riportati dal Corriere: ‘Per secoli e millenni, la forma dello Stato e della civiltà in Italia si sono definite e riconosciute nella forma dei luoghi pubblici. Le città Italiane sono sorte come specchio e insieme come scuola, per le comunità che le abitano. Le piazze, le chiese, i palazzi sono belli perché sono nati per essere di tutti. Per questo la Costituzione all’articolo 9 ha preso sotto la propria tutela il patrimonio storico e artistico nazionale, perché esso è stato il luogo e lo strumento della formazione della comunità nazionale, visceralmente ancorata alle città. Ora che Bologna, città autentica e ben conservata, dalla vita sociale comunque energica e la presenza ancora di emergenze creative (a ondate come è normale), sta iniziando a diventare turistica, sta a noi rafforzarne il progetto culturale per non cadere nell’eterno dilemma che ci ha congelato per decenni (chiusura o apertura? ritorno al passato o innovazione?). Noi possiamo, perché Bologna ha le risorse e le competenze per tracciare un direzione e perché il nostro è ancora un turismo di nicchia, che non apprezza la mercificazione del prodotto urbano. Perché la nostra visione di città fonda sul cambiamento demografico e l’inclusione la propria idea di cittadinanza e di innovazione. Dall’idea di Bologna come ‘destinazione’ all’idea di Bologna come ‘destino’. Scusate se sono stato lungo ma ci tenevo a chiarire il mio pensiero.


One Comment on “La città dei taglieri, anche no”

  1. Gianni Giacò ha detto:

    Ma com’ è caro assessore che ogni volta che scrivi della città con un profilo alto è tutto condivisibile ed auspicabile , poi ti guardi intorno e vedi altro , solo street food , birra ,tavolini e degrado urbano. La vision è importante per chi fa il tuo lavoro ma non a scapito della realtà. Auguri


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