21 grammi

Il peso dell’anima, 21 grammi sarebbe quanto chiunque perderebbe esalando l’ultimo respiro. Nessuno escluso. Così la spiega l’attore Sean Penn nel film di Alejandro González Iñárritu. Quando li cediamo esattamente quei 21 grammi, quanto se ne va con loro, quanto si guadagna? 21 grammi sono il peso di un barretta di cioccolato. Ma quanto valgono, davvero? c’è differenza tra noi nella morte? Questo film e il concetto di peso dell’anima in punto di morte, mi sono tornati alla mente questa estate quando mi sono trovato di fronte alla seguente notizia: “Morire in Puglia all’ombra degli ulivi. La storia di Mohammed, stroncato da un infarto per pochi euro al giorno“. Il racconto, purtroppo non inedito, della morte di un bracciante agricolo sudanese nei campi bruciati da temperature incredibili, oltre i 40 gradi. In piedi dall’alba e probabilmente fino al tramonto, per poche decine di euro. In questo primo scorcio del terzo millennio, anche gli italiani percorrono la stessa strada di Mohammed, costretti dalla disoccupazione che nel sud del Paese è a doppia cifra. Quanto vale la vita dei tanti Mohammed o di Paola Clemente, la bracciante italiana 49enne morta nei campi intorno ad Andria in luglio, a causa di un malore?

21 grammi, il peso di 5 nichelini l’uno sull’altro, il peso di due banconote accartocciate che non possono ripagare una giornata di lavoro sfiancante.

Il Ministro per le Politiche Agricole Maurizio Martina è intervenuto in Agosto contro il caporalato. Ha parlato di piano d’azione organico e stabile contro il fenomeno e, più in generale, contro il lavoro irregolare nell’agricoltura. Mentre in tempi stretti arriverà anche una legge, che prevede la confisca dei beni per le imprese che si macchiano del reato di caporalato, “come avviene per i mafiosi“.

Questa sera, Martina sarà con noi alla Festa de l’Unità del Parco Nord di Bologna, alle ore 19 per parlare di EXPO e del progetto FICO. Sperò, però, partiremo da questo tema. Perchè non ci può essere made in Italy finchè le fondamenta della nostra economia sono macchiate di sangue, una parte almeno. Non c’è niente da esportare o da mostrare all’EXPO se il peso delle persone che lavorano è pari a quello di un colibrì.

Secondo le stime della FLAI CGIL sono circa 400.000 i lavoratori che potenzialmente trovano un impiego tramite i caporali, di cui circa 100.000 presentano forme di grave assoggettamento dovuto a condizioni abitative e ambientali considerate paraschiavistiche. Solo in termini di mancato gettito contributivo il caporalato ci costa più di 600 Milioni di euro l’anno. Leggendo queste cifre, si coglie abbastanza facilmente come si regge in piedi una parte della nostra economia.

In Italia, complessivamente, i contribuenti immigrati rappresentano oggi l’8,6% del totale e dichiarano 45,6 miliardi di euro, per un totale di 6,8 miliardi di euro che ogni anno finiscono nelle casse dell’Agenzia delle entrate, in tasse. Secondo il quotidiano Il Giornale, negli ultimi tre anni il governo ha speso 2 miliardi per l’accoglienza dei profughi. Un conto salato, sostiene. Facendo i conti, però, non lo è per gli italiani.



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