I diritti fondamentali – missione a Bruxelles

Senza dubbio è a livello locale che il discorso sull’applicazione dei diritti individuali entra a contatto con la realtà di tutti i giorni, là dove è possibile misurare la capacità della comunità e delle istituzioni di farvi fronte. Molti non lo sanno, ma dal 2009 “La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea” è vincolante per gli Stati Membri a seguito della firma del Trattato di Lisbona. A questo proposito, su invito della DG Giustizia della Commissione Europea (Direttorato Diritti Fondamentali e Cittadinanza dell’Unione), giovedì 18 dicembre sono intervenuto, in qualità di Vice-presidente di ECCAR (la Coalizione di città contro il razzismo e la xenofobia fondata nel 2004 dall’UNESCO) alla conferenza di Bruxelles dal titolo “La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea: rispondere ai bisogni formativi dei funzionari della giustizia e della pubblica amministrazione“. All’evento hanno partecipato rappresentanti di tutti i paesi dell’Unione, provenienti da autorità giudiziarie, istituzioni e agenzie UE, Consiglio d’Europa, università, centri di ricerca, società civile, autorità locali e regionali. Ne ho ricavato la convinzione che, per quanto il “linguaggio dei diritti umani” sia spesso specialistico e ostico per l’opinione pubblica, questo tema è purtroppo volutamente tenuto ai margini del dibattito politico in molti paesi europei. Forte nei principi e nei valori, attraverso il recepimento da parte delle legislazioni nazionali, il testo della Carta è divenuto obbligatorio e influisce direttamente in tanti passaggi della nostra vita individuale e collettiva. Nonostante ciò, in casi come quello italiano, la cultura dei diritti è tutt’altro che egemone. Nel nostro paese non siamo in grado di mettere da parte una volta per tutte le divisioni politiche, prima ancora che etiche. Sempre più di frequente tocca ai tribunali riparare ai torti subiti, con non poche contraddizioni. La logica dell’emergenza si è fatta strutturale e le conquiste civili sono diventate vere e proprie concessioni. Ma la nostra città che rapporto ha con questo tema?

A mio parere la forza e l’identità di Bologna si reggono su un discorso dedicato ai diritti fondamentali e alle libertà civiche, ai quali corrispondono i doveri di cittadinanza. Una consapevolezza che non dobbiamo disperdere, ma che può e deve recuperare forza politica; a maggior ragione se nel corso del prossimo anno il Governo e il Parlamento italiano porteranno a termine alcune riforme fondamentali riguardanti i diritti civili.

Mentre scrivo questo post, è scomparso un bolognese che ha dedicato la propria vita all’impegno per la cooperazione e i diritti umani, il Senatore Giovanni Bersani. Creatore del CEFA ed esponente di primo piano della politica nazionale del nostro paese, tra i fondatori del Movimento dei Cristiano Lavoratori, Bersani ha rappresentato per molti un esempio e resterà  un orizzonte per tutta la comunità dedita alla promozione dei diritti. Figure e vite come la sua, ci indicano un cammino da ritrorvare.

Nel 2014, Bologna ha ricevuto da molte altre città europee la proposta di candidarsi alla Presidenza di ECCAR per guidare la coalizione delle comunità urbane contro il razzismo e la xenofobia, patrocinata dall’UNESCO. Un percorso che vorrei valutare se sostenuto dall’interessamento delle tante realtà che nel nostro territorio operano nel campo dei diritti civili e contro la discriminazione. Un’opportunità, che andrebbe colta solo se finalizzata a un allargamento della nostra visione e azione comune in materia, sia a livello istituzionale che politico. Un angolo di lettura, quello della lotta al razzismo e alla xenofobia, che appartiene ad una battaglia più ampia. Quella dei diritti fondamentali appunto.

Negli ultimi anni le istituzioni europee e il Consiglio d’Europa hanno portato il dibattito sui diritti umani più vicino alle città, affrontando nello specifico il ruolo delle autorità locali nella loro implementazione. Ad esempio, promuovendo lo sviluppo di indicatori per diffondere una maggiore consapevolezza generale o l’opportunità di istituire uffici ad hoc nella PA, per monitorare in modo efficace la situazione e intervenire in modo particolare nell’offerta dei servizi pubblici locali. È interessante leggere a questo proposito le parole del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, che nel 2014 ha espresso gravi preoccupazioni relative alla coesione sociale e al rispetto dei diritti nelle città europee.

In qualità di Vicepresidente di ECCAR, il mio intervento nel corso della Conferenza di Bruxelles è stato dedicato alla formazione dei funzionari pubblici, con esempi concreti di applicazione della Carta a livello locale, sulla scorta delle esperienze raccolte di città europee (qui trovate due brevi clip). A questo proposito, vale la pena riprendere il metodo della rete che dal 2004 propone di lavorare sulla base di un «piano d’azione» contro le discriminazioni. Composto da dieci punti, il piano copre le diverse aree di competenza delle autorità cittadine, quali l’istruzione, l’alloggio, l’occupazione, il welfare e la cultura, proponendo una rendicontazione delle iniziative. E qui la formazione rivolta a funzionari pubblici del livello locale risulta ancora scarsamente diffusa in Europa. Sarebbe invece importante.

Di frequente sentiamo riemergere la questione diritti umani quando riguarda i migranti o i profughi provenienti da paesi in guerra. Proprio questo Natale, in un solo giorno sono sbarcati sulle coste siciliane 1300 migranti, fra loro 22 donne tre delle quali in stato di gravidanza. Nella realtà il discorso sui diritti e le libertà fondamentali ci tocca tutti. Una verità di cui spesso ci accorgiamo solamente quando ci viene negato qualcosa, individuale nonostante le notizie che rimbalzano nei media. Non è un caso che la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione includa sei principi attorno ai quali descrive precisamente i campi di applicazione: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia. In essa ritroviamo punti che solo apparentemente lontani dalla nostra quotidianità, come la proibizione della tortura (Amnesty –  Il Corriere della sera, 22 dicembre). Vi troverete però anche articoli che entrano direttamente nella vita di tutti i giorni, come il diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque (art. 31), il diritto a un giudice imparziale (art. 47) o il diritto alla parità di genere (art. 23). Affermazioni quali “L’Unione riconosce e rispetta il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale” (art. 25) o “il diritto delle persone con disabilità di beneficiare di misure intese a garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità” (art. 26). Prescrizioni che devono trovare applicazione nelle rispettive legislazioni nazionali; che, a seguito dei progessi scientifici o culturali, necessitano di essere adattate o aggiornate a fronte di nuovi bisogni, problematiche e risorse presenti nella società europea. Penso ad esempio al diritto alla protezione dei dati personali, messo in discussione continuamente dalle evoluzioni della rete internet o alla libertà di movimento e residenza, non sempre gradita dai paesi membri.

Non posso non citare a questo proposito, la concessione da parte della nostra Amministrazione di una nuova sede al Movimento Identità Transessuali, avvenuta nel maggio 2014. Là ha trovato collocazione il primo consultorio per la salute delle persone transessuali in Europa in regola con gli standard internazionali e direttamente gestito da un’associazione in sinergia con il Policlinico Sant’Orsola Malpighi.

Per ognuno dei principi contenuti nella Carta, appare chiaro che la formazione dei funzionari pubblici è essenziale. Tra questi, non di meno tutti coloro i quali svolgono compiti di polizia e ordine pubblico. Ripartire da una cultura dei diritti fondamentali, farlo attraverso la formazione dei rappresentanti delle istituzioni di ogni livello, rappresenta una scelta strategica e un punto di partenza obbligato. Riconoscerne il primato a scapito delle nostre divisioni di carattere politico è il secondo passo. Ecco perchè è necessario un discorso istituzionale, prima ancora che di parte, che tracci una linea di confine tra ciò che la nostra democrazia promuove e difende, a scapito di tutto ciò che discrimina, sfrutta e violenta.

Nel 2015, la rete ECCAR ha deciso di dedicare la Conferenza Generale della coalizione, che si terrà in autunno a Karlsruhe, alla situazione specifica dei richiedenti asilo, dei beneficiari di protezione internazionale e umanitaria. Le città sono infatti sempre più pressate sul fronte della tutela dei diritti per queste categorie di cittadini. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel 2014 c’è stato un vero e proprio boom di arrivi da mare: circa 165 mila persone giunte in Europa. Negli ultimi 13 anni si stimano circa 23 mila morti in mare. Persone e numeri che in Italia (e non solo) ancora ci ostiniamo a non accogliere con criteri lungimiranti, alzando barriere burocratiche invalicabili, come se fossero frutto di eventi improvvisi e non di situazioni drammatiche conclamate da tempo. Sarà che molte economie dipendono da questa forza lavoro a basso prezzo e ricattabile, spesso desiderosa solo di andarsene dall’Italia verso altri paesi dove possono ricongiungersi con i familiari o sperare in condizioni migliori.

Bologna città ha recentemente ottenuto la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione, trasfomato in un HUB per lo smistamento del piano nazionale dedicato all’emergenza profughi, luogo di accoglienza per richiedenti asilo. Grazie all’impegno della società civile bolognese, di deputati del PD come Sandra Zampa, Rita Ghedini e Donata Lenzi, degli Assessori al welfare del Comune di Bologna Amelia Frascaroli e della Regione Emilia-Romagna Teresa Marzocchi, nonchè dell’azione che fece nel 2013 il Sindaco Merola, ora l’Hub di via Mattei è una struttura in cui le persone accolte possono ricevere immediata assistenza medica, orientamento legale, dove trovano personale in grado di ascoltare e accogliere per poi essere trasferite in altri centri di accoglienza sul territorio. A oggi sono oltre 2.500 le persone transitate. Un fatto importante, concreto e simbolico allo stesso tempo, che in città dovrebbe pesare molto di più e che la stessa Bologna dovrebbe riproporre a livello nazionale.

Riuscire a integrare la prospettiva dei diritti fondamentali nella visione delle istituzioni e nella percezione della comunità locale è una sfida difficile ma necessaria. La cultura dei diritti resiste e si diffonde se è tenuta insieme. Indebolirne o cederne una parte per motivi di scambio o di convenienza ne produce alla lunga il cedimento. Il 2015 sarà un anno importante per misurare la capacità di Bologna in questo campo. Mi riferisco a tutti e sei i principi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: dall’accoglienza dei richiedenti asilo, al contrasto delle discriminazioni basate su orientamento sessuale o genere, ai diritti dei detenuti in carcere. Finanche la parte dei diritti economici, come l’accesso al lavoro, l’accesso alla casa e ai servizi, che la Carta Europea titola come principi di “libertà” e “solidarietà”.

Il Sindaco Merola visita l’ex CIE nel gennaio 2013 (Foto Schicchi – Il Resto del Carlino)

Nella pratica quotidiana, la nostra comunità locale non ha unicamente il compito di testimoniare il valore di questi principi, ma di realizzarli tramite scelte e comportamenti coerenti. Una direzione e un cammino resi sempre più difficili dalle condizioni della finanza pubblica e della congiuntura economica generale, oltre che dall’indebolirsi dei legami sociali e dal calo di fiducia verso le varie istituzioni. Nonostante ciò, il Comune di Bologna si batte per mantenere servizi pubblici e iniziative con il preciso scopo di promuovere la coesione sociale. Una corsa che non finirà mai, ne sono consapevole, ma lungo la quale noi ci battiamo con energia e peso nel panorama italiano. Da sole, però, l’Amministrazione e la società civile non possono farcela. Serve un sussulto da parte della politica democratica bolognese, del PD in particolare, al quale spetta il compito di riprendere un discorso da troppo tempo interrotto. Occorre riportare nella sua agenda queste priorità, con le necessarie innovazioni e senza ripetere ricette ormai scotte. Le riforme e gli impegni sono infatti da misurare nel loro impatto reale sulla vita delle persone e non unicamente nei convegni, proprio come si sono ripromesse le città della rete ECCAR con il loro piano d’azione.

Questo è il mio primo auspicio politico e di cambiamento per l’anno che verrà. Non lasciamo all’improvvisazione la cultura dei diritti, ma riprendiamola come la spina dorsale del nostro discorso contro la forbice sempre più larga della diseguaglianza.

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Budget della missione di due giorni a Bruxelles (Conferenza Commissione ERU) e Londra (dove ho svolto due meeting di lavoro dedicati al settore turismo): la mia segreteria ha preventivato 268,29 euro, per volo ritorno Londra – Bologna. Le altre spese sono state sostenute da ECCAR, tranne la parte dedicata a Londra che invece è stata coperta da me e sarà rimborsata presentando un consuntivo con ricevute allegate. Riporterò sul blog quanto effettivamente liquidato.


4 commenti on “I diritti fondamentali – missione a Bruxelles”

  1. […] Partner dell’esposizione è l’associazione Human Rights Nights che organizzerà una preview del festival, proiezioni e incontri. Questa mostra è già stata ospitata da altre città, ma qui a Bologna avrà un sapore particolare perchè sarà dedicata a Ilaria Alpi, della quale verrà presentato il ritratto. Il suo caso è tornato alla ribalta proprio in questi giorni. L’esposizione è certamente un’occasione in primo luogo per parlare di Diritti Umani, che possono così tornare tema di confronto. Di questa esigenza ho già parlato in un post precedente. […]

  2. […] La Coalizione opera attraverso un’associazione con sede a Postdam, città che gestisce un ufficio operativo a supporto di tutte le attività. Il Presidente ha disposizione alcuni fondi e la possibilità di programmare iniziative. L’obiettivo principale della rete è quello di monitorare come ogni città aderente opera nel campo dei diritti umani, attraverso un Piano d’azione di 10 punti che viene sottoscritto. Le misure previste puntano soprattutto a sensibilizzare le Amministrazioni a lavorare sui propri servizi interni e il personale, affinchè ogni discriminazione venga individuata e contrastata. Con il tempo la Coalizione ha puntato però molto anche alla promozione verso l’esterno della cultura dei diritti, a partire dalla piena applicazione della Carta Europea dei Diritti Fondamentali. […]

  3. […] dei diritti fondamentali, segue quanto ho avuto modo di dire già sulle pagine di questo blog in lungo post di dicembre e in occasione della candidatura di Bologna alla Presidenza di Eccar, la rete Unesco delle città […]


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