Cina: la porta aperta su Bologna

Eccomi di ritorno da Pechino, dove, dal 19 al 22 ottobre, ho partecipato al primo Unesco Creative Cities Beijing Summit organizzato da Unesco, Ministero dell’educazione della Repubblica Popolare Cinese e Municipalità di Pechino. La missione è stata anche l’occasione per incontrare il Direttore del NAMOC, Museo nazionale d’arte della Cina, con il quale  stiamo ipotizzando alcuni progetti dedicati a Morandi e alla promozione di Bologna. In questo post, racconto com’è andata e descrivo le mie senzazioni, di ritorno da un paese dove il governo ha deciso di investire decisamente sui nuovi pionieri delle industrie creative e in cui la diplomazia culturale offre all’Italia e a Bologna spazi grandi di influenza.

L’Unesco Creative Cities Beijing Summit è stato fortemente voluto per rafforzare l’agenda sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, dando seguito al meeting preparatorio della rete delle Città Creative, che si è svolto un mese fa a Bologna. A Pechino, la rete ha compiuto un passo importante e a quanto pare decisivo. Dopo l’annunciata chiusura, avvenuta nel corso del meeting di Seoul (2011), a seguito di un generale cospicuo taglio di finanziamenti all’Unesco da parte degli Stati Uniti (per protesta verso il riconoscimento della Palestina), la prima novità è che le città cinesi di Pechino e Shenzhen hanno ufficializzato la disponibilità a fornire un decisivo supporto economico triennale. Grazie a questa svolta e dopo il passaggio politico del Summit, ora la rete si appresta a costituire una propria ONG, dotata di segreteria organizzativa e di un fondo per sostenere progetti internazionali.

L’occasione ha visto proclamate anche le quattro nuove città creative Unesco. Per la prima volta, una città africana è entrata a fare parte del network. Si tratta di Brazzaville, Città della musica. Per la gastronomia ha fatto il suo ingresso Zahlé (Libano), per la letteratura Kraków (Polonia) e Fabriano per l’artigianato popolare. Il Summit si è concluso con una tavola rotonda dei sindaci e dei rappresentanti delle trentaquattro città, aperta da un mio intervento nel corso del quale ho delineato le prospettive di rafforzamento del network, come condiviso al meeting di Bologna. Un’evoluzione che richiederà maggiore concretezza e produttività nelle relazioni, a partire dalla mobilità tra operatori culturali e la promozione di progetti congiunti. Non vi è dubbio, però, che il fatto più rilevante emerso sia soprattutto stato l’assunzione di responsabilità dei cinesi. Un passo non banale nel quadro di un assetto geopolitico multipolare in trasformazione. Non è un caso che al termine del vertice, la Direttrice Generale dell’Unesco Irina Bokova abbia incontrato il Premier cinese Li Keqiang, ringraziandolo della rinnovata cooperazione. I due hanno rimarcato la volontà di rafforzare il proprio parternariato, con un ruolo evidente dei cinesi dedicato a migliorare le politiche educative e la lotta alla povertà a livello globale, interessati in modo particolare all’apertura della rete Città Creative verso il continente africano.

Valore aggiunto industrie creative a Pechino fino al 2011

L’investimento politico cinese sulla rete appare dunque strategico, avendo per altro cinque città membre: Beijing, Shanghai, Shenzhen per il design, Chengdou per la gastronomia, Hangzhou per l’artigianato artistico. Si conferma il valore conferito alla diplomazia culturale e la comprensione dell’importanza del legame tra economia tradizionale e industrie creative. Un riconoscimento che alcuni paesi europei tendono ancora ad ignorare, favorendo all’opposto un approccio conservativo o contemplativo della dimensione culturale. Tra questi, purtroppo, il nostro. Solo a Pechino ci sono in questo momento ventimila imprese nel settore della creatività, che producono il 12% del PIL della capitale. Spinti dalla ricerca costante di sperimentazione e riproduzione su vasta scala, nelle città cinesi in questi anni hanno preso vita numerosi spazi di incubazione, accelatori, fondi di venture capital dedicati a startup e giovani maker, direttamente supportati dai governativi.

Me, Justin e Jason al BeijingMakerSpace

Uno di questi spazi è il BeijingMakerSpace. Richard Hsu mi porta in visita qui. Docente alla School of Design and Innovation della Tongji University di Shanghai e Ambasciatore TEDxShanghai, Richard è stato invitato dalla municipalità di Pechino in qualità di relatore del Summit. Insegnando alla Tongji, ogni anno segue gli studenti italiani che arrivano a Shanghai per il dottorato o un master. Mille metri quadrati al ventesimo piano di un grattacielo nel distretto di Xuanwumen, il BeijingMakerSpace è stato creato tre anni fa da una decina di giovani hacker. Uffici, stampanti 3D, frese e schede Arduino che spuntano da ogni cassetto, il BMS è finanziato da un fondo di venture capital e ospitato gratuitamente in un luogo messo a disposizione dal governo. Quando entro mi accoglie Justin, il responsabile della struttura, uno studente cinese che è assolutamente così come te lo aspetteresti. Geek quanto basta, appassionato di calcio e di squadre italiane, ha viaggiato in Europa e Stati Uniti. Mi racconta del brevetto registrato alcuni mesi fa da un gruppo di startupper ospitati, inventori di una pellicola trasparente, modellabile e resistente, con la quale produrre borse 3D e sulle quali proiettare immagini personalizzate. Il prototipo è in produzione, ma sono alla ricerca di contenuti e di una strategia per posizionarsi nel mercato della moda. A inizio novembre, all’interno della seconda edizione del TEDxTaipei, Justin sarà ospite di Richard, che a Tawain è alla ricerca di nuove storie.

Al BMS conosco anche Jason, socio taiwanese di Richard e ambasciatore di TEDxTaipei, educatore, designer, storyteller ammesso alla Amsterdam School of Creative Leadership. Il suo progetto d’impresa è stato scelto insieme ad altri per il programma di incubazione della scuola, superando una selezione organizzata presso l’aeroporto Schipol di Amsterdam tra i talenti atterrati da tutto il mondo. Amsterdam ha unito le vite di Richard e Jason, grazie all’aggancio di alcuni imprenditori olandesi che hanno deciso di aprire spazi di coworking ed incubazione in altri paesi per catturare talenti e produrre innovazione. Storie come quelle di Justin e Jason non sono tanto diverse da quelle dei loro simili americani ed europei. A livello globale, esiste una rete vasta di luoghi più o meno ufficiali, attraverso i quali circola il sangue nuovo che anima il cambiamento delle città. Università, aree urbane dismesse, laboratori delle imprese tecnologiche, atelier, perfino cucine e aeroporti vedono le idee prendere forma e collegarsi tra loro superando i confini delle discipline, creando nuovi linguaggi. Anche da questi luoghi passa la reputazione delle città del futuro.

Ex gasometro 751 D-Park, location Beijing fahion week 2013

Sfilata dei vestiti disegnati dagli studenti del BIFT

Nelle pause del Summit il tempo a Pechino è prezioso, non è facile spostarsi nel traffico e raggiungere una meta. Nonostante questo, riesco a visitare il Beijing Institute of Fashion Technology, la 798 – Art zone e il 751 D-Park. L’Institute of Fashion Technology è una delle cento università di Pechino. Fondata nel 1959, oggi segue oltre settemila studenti, divisi in cinque scuole (progettazione di abbigliamento, materiali, art design, business, disegno industriale) e 2 dipartimenti (lingua straniera e pittura). Quando arriviamo, veniamo accolti e portati ad assistere al fashion show organizzato dagli studenti della scuola. Sono presenti tutti i media, anche perchè tra poco partirà la Beijing Fashion week e, infatti, diverse location cittadine stanno cambiando volto. Molti degli eventi della settimana si svolgeranno all’interno delle due aree industriali dismesse 798 e 751, una accanto all’altra. Qui passano le nuove tendenze dell’arte e del design asiatico. Tra gallerie d’arte e atelier, spiccano gli show-room dedicati allo stile italiano, accanto al quartier generale cinese dell’Audi, dove si sviluppa il design della casa automobilistica tedesca. Un panorama solo apparentemente post industriale quello del 751 D-Park, nel quale la convivenza tra creativi e manifattura stanno riconfigurando i canoni tradizionali della produzione industriale. Qui il design non è solo disegno del prodotto, ma metodo di contaminazione e collaborazione. Qui lo spillover è di casa e la nuova economia prende forma dalla creatività applicata.

Me e mr. Fan Di’an

Prima di lasciare Pechino, ho una missione da compiere: incontrare mr. Fan Di’an, Direttore del NAMOC, Museo nazionale d’arte della Cina e Presidente dell’Associazione dei musei d’arte cinesi. Insieme, dobbiamo affrontare un dossier importante per Bologna, l’ipotesi di portare una mostra dedicata a Giorgio Morandi nella capitale cinese, come nel 2008 fu al MET di New York. I rapporti tra la Cina e la nostra città sono storicamente proliferati soprattutto grazie all’Università di Bologna e tramite il lavoro svolto dal Presidente Romano Prodi, al quale va riconosciuta per questo una sincera gratitudine. Alla guida del progetto Morandi c’è la nostra locale Istituzione dei musei e in particolare il Mambo, che attraverso il direttore Gianfranco Maraniello mantiene da tempo rapporti con Fan Di’an. Il nostro incontro è molto produttivo e utile a rafforzare le relazioni. Avanziamo alcune ipotesi di collaborazione che presenteremo pubblicamente quando sarà possibile farlo. Nella nostra conversazione emerge la possibilità di promuovere Bologna tramite la presenza di Morandi in Cina (“artists for city branding” dice Fan Di’an). All’incontro partecipa anche Yadi, studente d’arte a Pechino e assistente del direttore del NAMOC, nel 2012 ha frequentato il corso GIOCA dell’Università di Bologna, diretto dal professor Luca Zan. Yadi ha lasciato il cuore sotto le due torri e vorrebbe tornarvi un giorno.

Mappa 751 D-Park Beijing

Riparto da Pechino soddisfatto dei risultati ottenuti e convinto che nulla sia troppo grande per noi se lavoriamo nella direzione giusta. Dopo il mio secondo viaggio cinese nel giro di tre anni, con i paradossi propri di una nazione da un miliardo e trecento mila abitanti che non ha mai conosciuto la democrazia, nella quale ottocento milioni di persone vivono ancora di agricoltura, la Cina (o meglio dovrei dire le sue élite) mi è sembrata desiderosa, quasi vorace, nei confronti dei giacimenti cognitivi del mondo, alla ricerca costante di nuove soluzioni per crescere, sperimentare, trasformare la realtà. Per quanto i processi culturali ed economici cinesi si dispieghino prevalentemente dall’alto verso il basso, riservando a una porzione minoritaria della popolazione i vantaggi delle proprie relazioni globali, è di un certo rilievo la scelta di scommettere sullo scambio internazionale nei campi della creatività e dell’innovazione sociale.

Concetti quali la cittadinanza attiva, il design come metodo da applicare al miglioramento della qualità della vita delle persone, spazi urbani e tecnologie come fattori abilitanti, se praticati realmente rappresentano quanto meno un ribaltamento dei paradigmi comunemente associati alla Cina. Lasciare una porta socchiusa verso la contaminazione e sperimentare nuove pratiche che partono dalla creatività individuale è comunque un passo. Sotto il cielo plumbeo di Pechino, senza riuscire a distinguere il colore delle nuvole da quello delle polveri sottili, fa comunque un certo effetto immaginare la sostenibilità applicata a una mega city da venti milioni di abitanti. Ma intanto un’altra porta su Bologna si è aperta.

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La mia missione in Cina, su invito della municipalità di Pechino, è stata a costo zero per il Comune di Bologna.


One Comment on “Cina: la porta aperta su Bologna”

  1. […] dei più importanti musei del mondo. Mi è capitato di averne conferma di persona nell’incontro con il direttore del NAMOC di Pechino, qualche settimana fa, e recentemente nel corso della missione a Seul. Qui, insieme al Sindaco […]


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