Pd, la profezia di Lepore: due mesi per cambiare o morire

«Se non ripartiamo dalla partecipazione civica, se non mobilitiamo i cittadini attorno a istanze di giustizia sociale, se non lasciamo spazio a chi promuove il cambiamento, il Pd tra due mesi è morto». Qualcuno potrebbe dare la colpa all’aria «rottamatrice» di Palazzo Vecchio, dove ieri ha partecipato al forum della rete Eurocities, ma Matteo Lepore insiste nel non voler essere etichettato come renziano dell’ultima ora. «Non penso che con Matteo Renzi avremmo vinto, né chiedo di rottamare nessuno — dice il coordinatore della giunta Merola (che assicura di non aver incontrato ieri il sindaco fiorentino, ndr) — quello che voglio è solo meno cinismo e finto senso di responsabilità».

Assessore, partiamo dal voto. Nonostante gli sforzi del Pd, dalle primarie in giù, è il Movimento 5 stelle la vera calamita elettorale. Perché?
«Perché loro ricercano una nuova via per riportare i cittadini alla politica, mentre noi abbiamo smesso di avere l’ambizione e il coraggio necessari a creare un nuovo pensiero che interpreti la società e il mondo. Dobbiamo ritrovare una politica che entusiasmi e cambi davvero la vita delle persone. Per sognare l’Italia giusta di cui abbiamo parlato bisogna innanzitutto parlare a tutti, non solo a quelli che la pensano come noi. Come ho detto in direzione chi ha votato M5S o si è astenuto non ha valutato proposte o leadership, ha soprattutto rifiutato un sistema politico e una classe dirigente di cui il Pd fa parte in pieno. Il movimento di Grillo è il primo partito in decine di città, 8 milioni di voti non sono una brezza passeggera. Non possiamo liquidarli dicendo che non comunichiamo bene ma non ci sono problemi. Se i cittadini non votano il Partito democratico nonostante le primarie vuol dire che non siamo stati in grado di interpretare il cambiamento».

Fin qui l’autoanalisi, adesso però parliamo di soluzioni. Da dove passa la svolta?
«Prima cosa: basta divisioni per correnti o appartenenze, ora è il momento di fare davvero il Pd. E in questo progetto ci devono stare tutti, dalla sinistra radicale all’ambientalismo, dal riformismo fino a Monti. Se non siamo in grado di unire queste persone nel Pd non possiamo essere credibili al governo del Paese».

Scusi, ma così non si rischia di creare un carrozzone ancora più eterogeneo della vecchia Unione?
«In venti anni di berlusconismo questo fronte si è diviso e riunito solo per tatticismi e riposizionamenti. Ma i cittadini se ne fregano delle etichette, vogliono solo risposte ai loro problemi. E allora o mettiamo insieme persone che vogliono dare queste risposte, o al governo semplicemente non ci andremo mai».

Parla come un rottamatore.
«Non è una questione di rottamazione, ma di politica. Obama ha unito una coalizione di interessi diversi sotto una leadership e un programma, noi invece respingiamo gli elettori alla frontiera. Io non credo che con Renzi avremmo vinto le elezioni, non è una questione di nomi. Il problema è che dopo la nascita del Pd è stato commesso un grosso errore. Un’intera generazione di trenta-quarantenni ha rinunciato a dare battaglia ai vecchi gruppi dirigenti, dividendosi per accodarsi a correnti o leader stanchi. Ha prevalso l’individualismo, ora deve prevalere chi vuole il cambiamento».

Altrimenti?
«Altrimenti il Pd tra due mesi è morto, questa è la mia profezia. Se chi è stato eletto o si candida a guidarlo, come Renzi, non si rimbocca le maniche per unire il Pd alla fine prevarranno sempre i mediocri. Dobbiamo tornare a mobilitare i cittadini, la democrazia non è solo governo. L’unico modo per farcela è ripartire da una partecipazione civica e libera. A Bologna con le primarie di Merola, la formazione della giunta comunale e il congresso che ha eletto Donini abbattuto muri per unire il partito. Altri continuano a erigere muri di gomma».

Dal capogruppo in Regione Marco Monari ieri è partito un richiamo che sembra rivolto soprattutto a voi giovani dirigenti: niente tiro incrociato su Bersani o rincorse dietro il capo di turno.
«Io non chiedo di rottamare nessuno, ma vorrei meno finti sensi di responsabilità. Sono per supportare Bersani nel suo tentativo di formare un governo, ma il tema è un altro. Se noi tra due mesi ci troviamo ancora con truppe e correnti il Pd non ce l’avremo più e la mia generazione questa cosa non se lo può permettere. Non si può chiedere sempre alle nuove generazioni di aspettare, noi non stiamo zitti come fa qualcun altro per capire qual è il treno migliore. Sia io che Luca Rizzo Nervo diciamo solo quello che pensiamo, magari con posizioni diverse, ma con la stessa casacca, che è solo quella del Pd».

Intervista di Francesco Rosano, Il Corriere di Bologna


One Comment on “Pd, la profezia di Lepore: due mesi per cambiare o morire”

  1. Vorrei tanto si parlasse di “come fare per rinnovare”, ma vedo che arrivano pochi lumi ed è proprio questa la difficoltà. Di una cosa però sono certo . Ho sempre cercato di dare il massimo possibile, nella mia attività lavorativa , nella vita di tutti i giorni, nel Partito, perché si potessero applicare i principi di uguaglianza e solidarietà previsti dalla Costituzione. In particolare, nel lavoro, negli atti amministrativi che ero chiamato a predisporre, ho sempre cercato di far prevalere il principio dell’art. 3 della Costituzione, secondo cui ” è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Nel corso degli anni questo principio , per essere applicato correttamente, aveva ed ha bisogno di progressivi approfondimenti ed adattamenti che la realtà via via pone in evidenza. Questo è per me rinnovamento. Del resto anche Obama, che tu citi correttamente, ha seguito i principi fondamentali della Costituzione americana che ha secoli di vita per le sue riforme sociali. Anche studiosi di rango, che non possono essere ignorati, come Tullio De Mauro, del resto, in questi giorni, ad un convegno di oggi a Bologna dell’ANDIS (Associazione dei dirigenti scolastici, una organizzazione importantissima e potentissima), in Sala Borsa, ha chiesto ai convenuti se conoscessero l’art. 3. A fronte di evidenti lacune lo ha fatto recitare in coro. E’ per questo che io stesso, grazie anche al generoso insegnamento dei miei geniali insegnanti universitari, lavoro ancora, studiando e rileggendo e studiando ancora la Costituzione, gli atti dell’assemblea costituente , i sacri testi dei miei illustri docenti di cui ho detto. Del resto anche Gianni Cuperlo, in un suo libro , in cui traccia meravigliosamente la “storia ” del PD e della sua origine, “Basta zercar”, individua, su suggerimento di un operaio ad un congresso del PCI, tutto quello che era necessario sapere proprio nello statuto, “basta cercar”, infatti, si sente suggerire dall’operaio. V’è in questo una netta assonanza con la Costituzione. Nell’art. 3 è indicata anche la “effettiva partecipazione dei lavoratori”, che viene limitata dalle diseguaglianze. E’ proprio qui, per me , il segreto: la rimozione degli ostacoli. Ecco perché tutto quello che facciamo o quello che vorremmo fare dovrebbe essere valutato sotto questo profilo: le nostre azioni amministrative, i nostri progetti, rimuovono gli ostacoli che limitano l’uguaglianza? Le nostre idee sono orientate a questo? Ritengo che ogni qualvolta impostiamo un progetto o un programma dovremmo porci questo interrogativo. Questa non può che essere, ovviamente, che una risposta parziale agli interrogativi che ci poniamo, o meglio, che mi pongo.
    “E’ tutto sbagliato e tutto da rifare”, come diceva Bartali? Parliamone. Io su questi punti ho sempre lavorato, ma vorrei magari ci fosse di meglio, ma per ora, non l’ho trovato. Sono stato confortato, in questo, e più volte, anche dalla Nadia Urbinati, che ha qualche decennio di età meno di me. Anche questo confronto è stato, per me, un momento di rinnovamento e approfondimento. In particolare , in una serata al Passepartout dove si parlava delle donne e della politica della città, ci fu un confronto fra me e le donne (ero l’unico uomo presente). Fu così che, quasi per caso, su questo tema, Nadia Urbinati ed io convergemmo sull’importanza dell’ art. 3. Fu una sorpresa per tutti. Anche in questo periodo credo che la Costituzione dovrebbe essere le nostra guida. Io ci credo e credendoci trovo molte conferme anche negli altri. Forse perché sentono che io ci credo. Vedremo. Io sono disponibile al confronto proprio perché, come tu dicevi, sto riflettendo e la conclusione, al momento, è stata quella di esaminare le diseguaglianze, le loro radici e cause , gli ostacoli che rendono i cittadini diseguali e il “che fare? per rimuoverli. In questo modo, nel rapporto esterno con la gente, si potrebbe trovare proprio una forma di nuova partecipazione sino ad ora inespressa. Ciao.
    Ermanno Tarozzi


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